Cartolina da Jersey

Avevo voglia di andare all’estero ma ero troppo pigra per affrontare un lungo viaggio. E così mi sono imbarcata da Saint-Malo (Bretagna, Francia) in direzione di Jersey.

Per chi non lo sapesse, Jersey è una minuscola (o così sembra su una qualsiasi cartina) isoletta a due passi dalla Normandia ma pur sempre parte del territorio britannico e con una certa indipendenza.

Partendo dal nord della Francia, basta prendere un traghetto e fare un viaggio da un’ora e mezza. Ovviamente avevo sottovalutato il viaggio: il traghetto partiva alle 8 del mattino e mi sembrava un orario convenevole…in realtà non sapevo che bisognava presentarsi al porto un’ora prima per il controllo documenti…insomma, contando il tempo per raggiungere il porto, mi sono svegliata alle 5…viva le vacanze! Poi avevo dimenticato un altro dettaglio: nei viaggi in traghetto si può soffrire di mal di mare, specialmente se ci sono problemi al motore, il mare è mosso, hai bevuto solo del latte a colazione e una bambina ha appena vomitato davanti a te. Insomma, a 5 minuti dalla partenza già iniziavo a stare male e probabilmente si vedeva perché un’anonima mano provvidenziale mi ha passato un sacchetto senza che io chiedessi niente. Sono uscita barcollando verso l’aria aperta e avevo lo stesso equilibro dello zio Reginaldo negli “Aristogatti”. Il resto del viaggio sono rimasta attaccata alla ringhiera a guardare i nuvoloni atlantici.

Una volta arrivata sull’isola ho presentato la mia carta di identità che ha destato parecchi sospetti e domande del tipo “qual’è la tua professione?”, “Quali sono i motivi della tua visita?”. Poi c’è stata la grande sorpresa perché, appena uscita, mi sono ritrovata in un grandissimo porto e mi sono resa presto conto che Jersey non è proprio piccina piccina e che anche solo raggiungere l’ostello sarebbe stata un’impresa (poi si rimane sempre colpiti dalle macchine che sbucano a tradimento a sinistra)! Ma niente paura, dopo una breve tappa all’ufficio del turismo, mi sono incamminata dalla capitale St Helier al piccolo porto di Gorey, sulla costa orientale. La camminata è stata lunga e sono rimasta delusa dal fatto che non ci fossero veri sentieri ma solo piccole strade frequentate da bus e Porsche. In compenso, gli abitanti dell’isola sono estremamente gentili perché, dopo essermi persa in campagna, non solo mi hanno proposto aiuto ma alla fine mi hanno anche dato un passaggio.

L’arrivo a Gorey è stato magico: ci si ritrova in un porticciolo sovrastato da un’antica fortezza e composto da una fila di pub coloratissimi. Per di più, sono arrivata a bassa marea e mi ha fatto uno strano effetto vedere tutte le barchette dei pescatori stese sulla sabbia. Le maree sono un fenomeno che non smetterà mai di affascinarmi e cambiano completamente l’aspetto dell’isola che, in bassa marea, acquista un quinto in più del suo territorio.

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Per i restanti due giorni ho camminato in parte lungo la costa est fino alla baia di St Catherine (dove si svolgeva una gara di triathlon per bambini, in cui i pargoletti si tuffavano in acque ghiacciate e dopo aver fatto l’equivalente di una vasca avanti e indietro, correvano lungo il lunghissimo molo senza fiatare) e poi a nord, dove si possono ammirare le scogliere. La parte più selvaggia dell’isola è senza dubbio il nord dove c’è un posto alquanto inquietante chiamato “Devil’s Hole”: una gola profonda che si riempie di acqua durante le maree e che costituisce un serio pericolo per navi, nuotatori e turisti troppo curiosi che vogliono avvicinarsi al precipizio. I  soccorsi intervengono una o due volte l’anno per recuperare i curiosi, malgrado i cartelli di divieto ed una grande statua del diavolo a pochi metri di distanza.

Oltre alle passeggiate, quello che mi è piaciuto di Jersey è di trovarsi già in Regno Unito e di conseguenza, adottare delle abitudini “British”. Infatti era da anni che non prendevo un “afternoon tea” (purtroppo il bar aveva finito gli scones) e non mangiavo delle “Jacked Potatoes” in un autentico pub!

Paris, 8ème

Eccomi di nuovo e stavolta a Parigi. È ormai da un mese che mi sono ristabilita nella capitale per un tirocinio che si trova in uno dei quartieri più conosciuti di Parigi: il 8ème, l’ottavo “arrondissement”, lì dove ci sono i Champs-Elysées e l’arco di trionfo.

Sia chiaro, in questo nuovo articolo non parlerò affatto del mio stage ma delle mie lunghe pause pranzo e di quello che mi permettono di vedere.

Ho ben due ore di pausa pranzo ogni giorno. Alle 12 esco dall’ufficio e non mi ripresento prima delle 14. Per quanto pensassi che due ore di pausa equivalessero a noia assicurata, in realtà mi rendo conto che c’è tanto da vedere e da fare. E quindi ultimamente ho osservato con attenzione il quartiere del 8ème e non me ne sono fatta una buona opinione.

Il 8ème è un quartiere snob: gli unici negozi che ci trovi sono quelli di “haute coûture” e ci sono solo due tipi di ristoranti: le catene che ti propongono pranzi con un familiare retrogusto di plastica e i ristoranti raffinati con ostriche, caviale e chi più ne ha più ne metta (e ci sono le sale da tè tipo “La Durée” in cui, per una merenda completa, spendi 27€).

#paris #nofilter

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Poi ci sono gli Hôtel ed è impossibile trovarne uno a meno di 4 stelle. Ti ritrovi a passeggiare davanti alle loro sontuose entrate in cui turisti noncuranti entrano in quello che sembra un piccolo angolo di paradiso (ora capisco come mai la via principale del quartiere si chiama “campi elisi”): mega lampadari, fiori, specchi. L’altra metà della gente che incontri davanti alle entrate sono gruppi di ragazzi tutti intenti a fotografare le coloratissime Maserati e Ferrari che sono parcheggiate davanti, e ti scappa quasi da ridere. A volte vedo gli uscieri in pausa sigaretta, l’unico momento in cui possono apparire imbronciati.

La cosa peggiore di tutta questa ricchezza è che fa’ un triste contrasto con quelle persone che dormono nelle strade: l’altro giorno, mentre uscivo dall’ufficio ho visto un gruppetto di 3 poliziotti che si avvicinava furtivamente ad un uomo che dormiva a due passi da un’illustre negozio di moda. L’hanno guardato, si sono guardati un po’ incerti e poi sono passati oltre senza sfiorarlo, più imbarazzati che altro. Anche io sono più sensibile alle persone che vedo dormire nella metro o vicino alle grate di aria calda. Ho appena finito “Senza un soldo a Parigi e Londra” (“Down and Out in Paris and London”) di George Orwell in cui lo scrittore narra delle sue esperienze di povertà nelle due capitali europee. È un libro che vi consiglio perché mostra con “humor” perfettamente inglese le differenze di stili di vita. Orwell parla anche della sua esperienza da lavapiatti nell’“Hotel X” (Hotel che descrive come uno dei più lussuosi di Parigi, forse proprio uno di quegli Hotel davanti a cui passo tutti i giorni…tanto si assomigliano tutti), dei due mondi che ci convivono, quello dei ricchi clienti e quello sotterraneo dei domestici. Conclude dicendo che non vorrebbe mai essere cliente dell’Hotel X perché non è pulito come sembra e il cibo viene maneggiato più o meno da tutti i dipendenti prima di arrivare sul tavolo del cliente.

Poi ci sono le ambasciate, e lì non si parla più nemmeno di suolo francese. Si tratta di palazzi sfarzosi ma assolutamente sigillati alla mia curiosità, la cosa simpatica delle ambasciate è che scopri Paesi di cui non sospettavi nemmeno lontanamente l’esistenza…e scopri quanto sei imbranato a ricordarti le bandiere.

Non lontano da alberghi e ambasciate si trovano i posti più turistici della città: l’arco di trionfo e il Trocadéro.

Mi viene il nervoso perché non sono ancora riuscita a salire sull’arco di trionfo, e tutte le volte che ci provo non ci riesco perché la fila è troppo lunga e le mie magiche due ore di libertà non bastano (anche perché devo anche mangiare!).

Per quanto riguarda il Trocadéro, ci sono già andata due volte. È pienissimo di turisti sotto sole, pioggia e probabilmente anche durante le bufere. Ma il posto mi diverte perché mi piace guardare i turisti che fanno selfie improbabili vicino alla Tour Eiffel e ci mettono tanta di quella concentrazione che quasi mi intenerisco (sia chiaro, non critico anche perché, come da tradizione, anche io mi faccio i selfie).

La petite pause déjeuner au Trocadéro. #paris #france #rainy #toureiffel #trocadero #eating #food #hungry #blackandwhite #prospect

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Poi ci sono i parchi…o meglio se ne sente la loro mancanza. L’unico parco abbastanza grande nel quartiere è quello davanti al palazzo Galliera. Lì si raggruppano tutti i ragazzini che fanno il campo estivo e tutti gli stagisti squattrinati che non possono permettersi i ristoranti del quartiere e che si portano il classico panino (baguette con ingredienti a scelta e…burro!).

Insomma, tra alberghi, ambasciate e giardinetti, le mie pause pranzo si rivelano produttive!

La chiamano “Sindrome Erasmus”

La sindrome Erasmus si manifesta nel giro di pochi giorni che si è tornati a casa. La sindrome tocca in particolar modo i ragazzi sopra i 18 anni, studenti universitari. Gli esperti dicono che la sindrome tocca anche altre persone che hanno fatto esperienze similari…insomma chi è sotto i 70 anni è considerato come soggetto a rischio.

La sindrome presenta i seguenti sintomi:

– stanchezza (l’Erasmus stanca)

– nostalgia generale

– confusione linguistica

– per chi ha vissuto le giornate corte dei paesi nordici la confusione è anche legata agli orari dei pasti

– perdita di appetito (il paziente reagisce solo di fronte a vasa e kanelbullar)

– cefalea di fronte ai libri del nuovo semestre

– brividi e tremori…davanti a riferimenti casuali al paese ospitante (brividoni quando ho sentito che il servizio militare è stato reintrodotto in Svezia).

Ma tranquilli, questa sindrome è curabile e in alcuni casi anche prevenibile:

Prevenzione:

Durante il periodo Erasmus bisogna ricordarsi che c’è anche il momento del ritorno e che non è un momento troppo lontano…quindi prepararsi a vivere l’attimo ma allo stesso tempo a preparare il proprio ritorno tessendo una solida rete di alleanze sia nel paese conquistato che nel paese di origine. E poi certo, è imperativo tornare a casa con milioni di progetti: stage, viaggi, attività…

Cura: mettere in atto tutti i piani strategici elencati sotto contando sempre sulle alleanze.

In questi giorni sto attuando proprio la parte di cura bella, quella in cui si viaggia (ci sono medicine peggiori). E quindi ho deciso di fare proprio come facevo in Svezia. Durante l’Erasmus sapevo di “avere i giorni contati” quindi non perdevo la minima occasione per poter visitare i dintorni. E mi sono resa conto che , hei!, dopotutto questo lo posso fare anche in Italia. Anzi i treni costano meno e le distanze sono un tantino più corte (le 25 ore di pullman per raggiungere Kiruna sono ormai leggenda).

Quindi il week end scorso mi sono gentilmente fatta ospitare dalla sorellina a Torino e ne ho approfittato per girarmi la città. A Torino ho realizzato una cosa stranissima per quanto ovvia: l’orologio in Italia non si è fermato mentre ero in Svezia. Tutti: amici, famigliari hanno continuato ad avere la loro routine ma anche a vivere dei cambiamenti. E credetemi, anche se li sentite su Skype, ci credete quanto credete ad una serie tv particolarmente riuscita (con tanto di suspense). Poi quando scoprite dal vivo che la sorellina si è stabilita in una città nuova, con nuovi amici e nuove abitudini rimanete super colpiti e vi sentite pesare 6 mesi di più (insomma, invecchiate giusto la durata del vostro Erasmus).

Per la seconda parte della terapia bisognava andare a Bologna. E lì il retrogusto Erasmus c’era eccome. Ho scortato una ragazza Erasmus che faceva l’Erasmus in Italia! Ah, dimenticavo: altra cura è beccare altri Erasmus che ti possono raccontare delle loro scoperte e dei loro viaggi e che sono più che felici di poter ascoltare le tue peripezie. Interessante è la prospettiva di chi fa l’Erasmus proprio a casa tua! E poi dimenticavo quanto Bologna fosse affascinante. Ci sono passata tantissime volte a ogni volta me la ricordo in modo diverso. Questa volta ho visto il canaletto di via Piella e la piazza delle sette chiese. Poi ci è venuta voglia di andare a San Luca ma disastro…si può che i bus bolognesi siano così male indicati? Dovevamo prendere il 58 ma si trattava di un camioncino rosso che neanche per lontana idea avremmo potuto associare ad un comune bus! Alla fine questo ci ha lasciato più tempo per perderci nei vicoletti a nostro piacimento e per gustarci un gelato che mi ha quasi soffocato. E poi mi sono detta che era un’ottima scusa per tornare a Bologna e vedere anche la misteriosa abbazia della formiche…

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Cartolina dalla Bretagna…parte 2

Lo scorso articolo mi sono dimenticata di citare i luoghi. Rimedio subito.

Scorso articolo: le foto sono state scattate a Saint-Quay-Portrieux

In questo articolo: abbiamo fatto questo tragitto:

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nuvola     Fortunatamente ne siamo usciti sani e salvi…ma a quanto pare in Bretagne è molto comune passare da un tempo radioso allo schifo più totale nel giro di pochi secondi.

IMG_2616.JPG      La strada sembra sparire…dinardsables

Cartolina dalla Bretagna

Eccomi finalmente all’aria aperta. Dopo un mese e mezzo di grigiume parigino mi ritrovo in Bretagne! Si respira aria di vacanze e di salsedine.
Temperatura: 15° (pazzesco! Un’amica a Roma ha la stessa temperatura…solo che mi trovo molto più a Nord!)
Viaggio: Da Parigi, bastano 3 ore di TGV…e tanti soldi visto che la SNCF costa veramente tantissimo
Libri letti: Delphine de Vigan, “D’apres une histoire vraie”…catchy!

Ieri mi sono svegliata molto presto per i miei ritmi (le 7!!!) e mi sono diretta alla Gare Montparnasse sotto un cielo terso e un clima deprimente. Mi aspettavano 3 ore di assopimento e pseudo-lettura su un TGV.

Ogni tanto mi giravo dalla parte del finestrino per guardare la pianura monotona e villaggi grigi che si assomigliano un po’ tutti. È strano ma da quando sono tornata dalla Svezia ho realizzato che le case francesi non sono abbastanza colorate! Insomma, ci vuole poco a colorare una facciata…anzi bastano solo le tapparelle e va già meglio. E con questo chiudo una parentesi che riaprirò di sicuro in futuro.

Arrivo nella ridente località di St Brieuc (la “c” finale non si pronuncia…la lingua francese è piena di misteri e di eccezioni) e c’è un sole pazzesco. Di solito la Bretagne è reputata per il clima quasi scozzese. Due sono le specialità bretoni più importanti: la pioggia e i biscotti al burro (o il burro ai biscotti)…anzi le scatole di biscotti. Tutti i francesi che sono stati almeno una volta in Bretagne conservano gelosamente una scatola di biscotti di latta. A volte clima e biscotti sono strettamente correlati.DSC07029.JPG

 

Dopo un buon pranzetto a base d’anatra (che non sono in grado di tagliare). Si prende la macchina e si percorre la costa miracolosamente assolata. Per l’intero pomeriggio mi sono dimenticata che siamo ancora a Febbraio. Mi ha fatto un bene immenso rivedere il sole e girare senza giacca. Dopo tutti questi mesi in Svezia un clima mite dove l’uomo è in grado di sopravvivere senza maglia termica e passamontagna mi mancava.img_2527img_2543img_2532img_2544

E poi c’è dsc06977una cosa che non smette mai di stupirmi: il fenomeno delle maree. Noi mediterranei non siamo abituati a vedere un posto senza mare, delle barche chinate sulla sabbia, incapaci di galleggiare. Bellissimo. Poi ti viene voglia di camminare in quella specie di deserto umido dove un tempo (il mattino) ci fu il mare. Quindi ti incammini con gli stessi scarponi che ti accompagnarono a camminare sui laghi ghiacciati e sulla neve della Lapponia svedese. Solo che stavolta quest’iniziativa si rivela una vera stupidata. Dopo pochi passi in cui ti dici: “non male camminare sulla sabbia umida”, ti ritrovi impantanato e inizi ad affondare. I piedi sono incollati in queste sabbie mobili e ti lanci in acrobazie folli per riuscire a raggiungere le scale che riportano sul molo.img_2546

Ma è comunque da fare. Forse senza scarpe è meglio.

Abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio a passeggiare lungo la costa, a guardare i bambini pescare granchi e a giocare all’impiccato sulla sabbia.

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No, non sto cercando un tesoro. Gioco all’impiccato 😛

Se devo essere sincera (lo so che qualcuno ci rimarrà male ma è da dire): l’oceano stravince sul mar Mediterraneo.

C’era un faro che mi ricordava una bellissima scena di “Moonrise Kingdom”.

Ho anche scalato qualche roccia e mi è venuto in mente lui:

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Adesso non posso né scendere e né salire!

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Maison et Objet: tra passeggiatine solitarie e caffè a scrocco

Cari lettori,

non avete idea di quanto il mio senso di colpa sia grande in questi giorni. Ho completamente tralasciato il mio blog. L’ultima volta che l’ho aggiornato mi trovavo nella gelida campagna francese a visitare castelli e ad ammirare capre. Molte cose sono successe nel frattempo. Ora mi trovo a Parigi e ho intenzione di restarci ancora un mesetto (bella eh la sessione invernale?!).

Che cosa ho fatto ultimamente? A parte aver speso un patrimonio nei bar parigini (che per la cronaca servono birre e caffè nettamente più costosi che in Svezia) ho cercato di rimediare cercando lavoretti super temporanei. Ho trovato un posto come hostess in una conosciutissima fiera di design d’interno chiamata “Maison et Objet” (Casa e Oggetto…fidati sono un linguista).

Il bello di questi lavoretti è che 1. puoi accedere a fiere che sarebbero altrimenti costosissime 2. vedi tutto quello che la gente normale che passeggia alla fiera non vede (tipo la preparazione e lo smontaggio degli stand) e 3. bevi caffè gratis (invece di sorseggiare i costosissimi caffè parigini… che poi si tratta sempre di brodaglia).

La mattina arrivavo prestissimo. Non vi dico la svegliataccia perché per raggiungere la fiera (a Villepinte) ci voleva circa un’ora di viaggio. All’arrivo avevo il salone tutto per me. Non poteva entrare nessuno tranne i dipendenti, quindi passeggiavo per il salone quasi deserto ammirando con calma e silenzio gli oggetti di design esposti (e parliamo di oggetti particolarissimi, stile lampade a forma di molecola e poltrone di cartone). Durante la passeggiata mattutina capitava di incontrare un dipendente con un carrello pieno di caffè fumante che distribuiva a destra e a sinistra. Eccezionale. Si, mi accontento di poco.

Poi iniziava la vera giornata lavorativa, e vai a ripetere le stesse cose tutta la giornata ai clienti. Stancante ma bello. Risulta che, come effetti secondari, ci si metta a proporre cataloghi nel sonno.

Da questa esperienza ho capito una cosa: poco importa quanto geniale sia il pezzo di design che esponi, la maggior parte della gente si fermerà a guardare solo il tuo prodotto più conosciuto (spesso non altrettanto geniale) solo perché va di moda.

Infine, l’ultimo giorno è la vera anarchia. A partire dalle 17.30 (anche se la fiera ufficialmente chiude alle 18) tantissimi clienti arrivano per ritirare tutti i prodotti esposti e partono le litigate per chi prende cosa. Poi alle 18 in punto da anarchia si passa al delirio. Le porte si aprono e arrivano folate di aria gelida, i visitatori spariscono quasi per magia, lo stand viene smontato in fretta e furia e la moquette viene tirata via lasciando il pavimento appiccicoso (un vero piacere per i piedi che già da giorni chiedono pietà).

Ecco qualche foto mossa che ho fatto con il cellulare (da vera reporter quale sono):

Tra pavoni dall’andatura bizzarra e caprette ingenue (castelli della Loira)

Durata viaggio: da Parigi 4 orette buone, da Göteborg…una quindicina contando aerei e attese
Temperatura: intorno ai -2°
Prezzo di un caffè: ancora niente caffè, attendo di tornare in Italia
Libri Letti: ancora le Rouge et le Noir, con la ferma intenzione (e, a questo punto, il proposito per l’anno nuovo) di cambiare libro nel prossimo articolo.

Cari lettori, scusate il lungo silenzio radio ma sono rimasta tramortita da viaggi e pranzi di Natale.
Sono appena tornata da un simpatico week end di famiglia passato sulla Loira ammirando castelli, tramonti e campi gelati. Sono partita per questa fantastica destinazione due giorni fa’, giusto il tempo di digerire i vari pranzi/cene di Natale.

In tre giorni, ho visitato tre castelli e dato un’occhiata furtiva alla città di Tours: 134.000 abitanti all’incirca, fu capitale di Francia a varie riprese e inoltre gemellata con Parma!

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I tre castelli che ho visto sono 1) Valençay 2) Clos Lucé 3) Chenonceau (il più carino, il più conosciuto e quello che proprio non poteva mancare).

Valençay è veramente carino, nei giardini potete incontrare pavoni dall’andatura alquanto bizzarra e caprette talmente ingenue che invece di mangiare le foglie secche che si ritrovano nel recinto, mangiano le foglie (identiche) che gli dai tu, dandoti una genuina soddisfazione e amore per la natura. Ah, si a quanto pare c’è anche un labirinto con porte che si potevano aprire solo con un codice, ma questo ve lo dico solo per sentito dire perché con la mia sista’ mi sono andata a prendere un tè caldo (c’è realmente freddo, sopra i livelli della Svezia). Quindi, 4 stelle al giardino e 2 stelle al castello perché a) non era riscaldato e b) le audio-guide erano imbarazzanti. Ogni volta che entravi in una stanza potevi digitare il codice che ti permetteva di sentire le spiegazioni stile: chi mai ha dormito qui? Ma quello che ti ritrovi ad ascoltare sono suoni di passi (il proprietario era zoppo) e dialoghi simulati tra nobili del XIX secolo.

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Clos Lucé: estremamente carino e piccolino. Ma: tantissima gente e il piano superiore è chiuso al pubblico(mia sorella rileggendo: “vabbeh, temporaneamente”). In compenso vedi tantissimi modellini delle invenzioni di Leonardo Da Vinci (si, ci ha vissuto Leonardo). Alcuni modellini sono esilaranti, mia sorella era molto divertita da uno strano incrocio tra un carro armato e una tartaruga…mi è un pochino difficile spiegarvi il suo funzionamento quindi vi lascio immaginare. Poi anche lì ci sono i giardini con altre invenzioni come quella per sollevare dei sassi. Leo, senza offesa, ma quella invenzione in cui sollevi sassi tramite una corda che tiri con tutte le tue forze è di un’inutilità senza precedenti (potresti sollevare il sasso mettendoci lo stesso impegno). Rimango pur sempre una tua ammiratrice.

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Arriviamo a Chenonceau, visitato il giorno più freddo. È un bellissimo castello, alcune sale sono riscaldate dagli stessi camini che riscaldarono François I, Catherine de Médicis e tutta la cumpa. Insomma, è emozionante potersi riscaldare al fuoco…il problema è che dopo non si vuole più venir via da lì! La particolarità del castello è che è costruito su un fiume (stile: naaah costruire un castello sulla terra ferma? Troppo banale). A Caterina de’ Medici ricordava il bellissimo ponte Vecchio di Firenze. Poi ci sono i giardini ma c’è troppo freddo per poterli esplorare a modo. Quindi eccovi un consiglio: visitateli nelle stagioni calde e soprattutto, se volete evitare i turisti, fatevi trovare puntuali all’apertura.

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Eccomi di ritorno a Parigi dove nuove avventure mi aspettano, ma queste le raccontiamo l’anno prossimo.

Cartolina da…Göteborg! I musei

Bello avere un blog chiamato cartoline da Göteborg quando di Göteborg non se ne parla mai.

Rimedio subito e vi parlo di musei. Anzi, vi faccio una classifica dei musei che ho visto.

5-Museo del design Röhsskaimg_0461Questo museo si è meritato l’ultimo posto. Eppure avevo grandi aspettative! Si tratta di un museo del design principalmente di interni anche se tutta una sala è dedicata alla moda.

Allora, il museo è fornitissimo, per carità! Una volta dentro si ha l’impressione di vivere “in una galassia lontana lontana…”. Alcuni oggetti sembrano il risultato di un colpo di genio…altri di droghe pesanti. Ma il grande problema è che tantissimi oggetti super interessanti sono tutti ammassati in teche poco illuminate. Di spazio ce n’è, ma per qualche strana ragione gli oggetti vengono stipati al centro delle sale. Peccato anche per l’illuminazione…che è quasi inesistente. Decidete: volete essere ecologici o mostrarci oggetti di design?

In compenso il piano dedicato ai vestiti è molto carino.

4-Varldskulturmuseet

Si tratta di un museo delle varie culture nel mondo. Non credo ci sia una mostra permanente ma piuttosto esposizioni temporanee quindi non posso criticare in modo troppo aspro. Io ci sono andata in occasione di una serata universitaria dove offrivano cena vegana gratis e dove c’erano tutte le associazioni studentesche con il loro stand, le loro penne e le loro caramelle :-). Poi si, c’era la mostra. Non l’ho capita molto bene. Era una stanza in cui dovevi entrare scalzo perché camminavi su materiali diversi. All’entrata c’erano tantissime scarpe tipiche delle popolazioni di tutto il mondo. Poi man mano che esploravi potevi provarti dei cappelli diversi, suonare degli strumenti, arrampicarti etc. Insomma, gli argomenti di cui trattava la mostra non mi sono tuttora chiari ma vi posso assicurare che non c’è niente di meglio di vedere una quantità indefinita di studenti universitari tornare alla più tenera infanzia giocando scalzi.

3-Maritimanimg_0464Il Maritiman è il museo della marina, o per meglio dire, si tratta di barche di tutti i tipi e di sottomarini da visitare. Ovviamente sono barche galleggianti sul fiume che taglia la città (se qualcuno avesse un dubbio…). È molto interessante visitare barche di cui non conoscevi nemmeno l’esistenza, tipo la nave specializzata nel spegnere incendi. Solo che ci sono due scomodi inconvenienti: a) le navi puzzano di vernice, di chiuso, di pesce e di altre sostanze indefinite. E ovviamente si ondeggia. Puzza + dondolo = mal di mare. Si, anche senza prendere il largo avrete la possibilità di vivere la tipica sensazione di un marinaio alle prime armi. b) vi avverto che avrete paura. In pratica, per far vedere com’era la vita a bordo, sono state aggiunte delle statue di cera. Il problema è che non sono in tutte le stanze e ovviamente non puoi prevedere quando, nella tua esplorazione, ti ritroverai faccia a faccia con una di loro. Vi ho avvertito.

Ah e poi sconsigliati i tacchi. Impossibile passare in passaggi e scalinate stretti senza cadere.

In compenso il sottomarino è impressionante. Per chi è claustrofobico o sospetta di esserlo…meglio evitarlo.

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Il museo d’arte di Göteborg è imponente e estremamente fornito. Ad una prima occhiata sembra un tipico palazzone inquietante che risale al periodo sovietico (che la Svezia ha vissuto solo attraverso la sua architettura). Ma non fatevi impressionare e entrate a dare un’occhiata (gratuito per gli studenti). Ovviamente i pittori messi in risalto sono quelli scandinavi quindi aspettatevi a paesaggi rudi e innevati. C’è un minuscolo schizzo di Munch (vi sfido a trovarlo) e qualche Picasso e Monet. È l’occasione per scoprire quelle opere meno conosciute e per farsi prendere dalla pittura scandinava. Poi c’è il primo piano dedicato all’arte contemporanea. Lì sicuramente rimarrete stupiti dall’enorme statua di una pole dancer e da un tavolo da ping pong. Si, avete tutti i diritti di giocare a ping pong! Ci sono anche le mostre temporanee…in questo non posso essere d’aiuto.

1-UniverseumIMG_0489.JPGIl più bello per la fine. Cominciamo dalle brutte notizie: i prezzi sono elevati. Ma vi assicuro che è un ottimo investimento! Si sale con un ascensore di vetro fino all’ultimo piano e lì…vedrete gli squali svedesi e i serpenti più pericolosi del mondo (poco spaventosi perché mezzi addormentati, vi rassicuro…a vostra disposizione per una colta conversazione in serpentese). Poi c’è il piano esterno dove ci sono dei robot-mammut. Ecco se vi manca il tempo saltate questa parte, non ne vale la pena. Anche se avete tempo saltatela. Per favore.

E poi ci si inoltra nella giungla equatoriale. Ci si trova in una mega serra insieme ad iguane, scimmie, e uccelli…molto bello. L’umidità è quasi quella emiliana. L’esperienza è ancora più unica se, dalle vetrate della serra, potete vedere che fuori nevica. Gli altri piani sono dedicati ad alimentazione e sport. Poi c’è un bar con free wifi e torta alle carote da evitare.

Cartolina da Narvik… a rivedere le stelle

Ecco l’ultimo capitolo del mio viaggio in Lapponia. Narvik.
Gradi: 4° (ma ad Abisko -10°) Come mai? Corrente del golfo che raggiunge Narvik.
Gradi nel pomeriggio: varia dai 75° ai -3°…non, non è un errore…abbiate la pazienza di leggere il resto 😉
Prezzo di un cappuccino: 37 corone norvegesi
Libri letti: Boule de Suif
Compagni di viaggio: 50 studenti Erasmus, una guida lettone che ci parlava solo dei Troll come unica specialità norvegese, due autisti silenziosi e fumatori.

Dopo una notte insonne alla ricerca di Aurora B. ci siamo svegliati nuovamente pieni di energia. Siamo saliti sul mitico pullman e ci siamo diretti verso la Norvegia. Il viaggio verso Narvik ci è stato confermato solo all’ultimo minuto perché le condizioni della strada Abisko-Narvik lasciano a desiderare.

Dopo un’oretta ci siamo ritrovati davanti ad un bellissimo fiordo, paesaggio che puoi trovare solo in Norvegia.

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E poi ci siamo diretti a Narvik. Una cosa la devo dire. I norvegesi hanno dei bellissimi paesaggi, e questo è certo, ma per quanto riguarda le città hanno ampi spazi di miglioramento. Narvik è bella solo perché è in una posizione incredibile ma gli edifici sono moderni, troppo alti, e grigi. Ho avuto solo due ore per visitarla, due ore facilmente sprecate in battaglie di neve che non hanno risparmiato nemmeno la mia amata macchina fotografica (tranquilli, si è ripresa dal trauma).

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Poi siamo ripartiti.

Quindi non ho molto da dire su Narvik e mi chiedo come mai il titolo che ho scelto è “Cartoline da Narvik” perché in realtà la vera avventura è stata: La Sauna.

La sauna è la cosa che mi spaventava di più della Svezia. Avevo già provato a fare la sauna in passato e non era tanto la parte in cui sudi in una stanzina di legno a 75° che mi spaventava, ma quella in cui ti butti nella neve e ti metti a nuotare nel mare artico come se non ci fosse un domani che mi terrorizzava. Insomma, era da almeno un mese che mi chiedevo “faccio la sauna o non faccio la sauna?” (qualcuno avrebbe aggiunto “questo è il dilemma”). Ma ovviamente per vivere a pieno la Svezia, bisogna fare la sauna. Quindi in poco tempo, mi sono ritrovata in costume da bagno (si, i finlandesi fanno la sauna nudi…ma gli svedesi no…giusto?) in una stanzetta di legno scura e suuuuper calda. 20 minuti dopo correvo verso il lago artico a pochi metri urlando “ma lo sto facendo davvero?”. Sono ancora viva per raccontarvelo quindi non è andata molto male. Il freddo lo si soffre lo stesso (ricordarsi che siamo in Lapponia) anche dopo 1h di sauna, specialmente nel lago artico, la neve non è terribile perché non ti ci immergi.

Inutile dirlo, la sauna s’ha da fare se vuoi guadagnarti un po’ di rispetto dalla comunità Erasmus (e anche da quella svedese).

Ma non è finita.

Dopo cena, abbiamo guardato le nostre App sull’aurora boreale. Possibilità di vederle 0%. Ma non voglio lasciare la Lapponia senza prima aver fatto un ultimo tentativo. Quindi, io e qualche coraggioso, ci siamo incamminati nella foresta dietro all’ostello, con gli occhi che si abituavano piano piano al buio, armati di macchina fotografica e pronti a scivolare sulle lastre di ghiaccio (gli occhi che si abituavano al buio guardavano ovviamente il cielo).

E poi…ABBIAMO VISTO L’AURORA! Grida di gioia, qualche stonato coraggioso ha pure iniziato a cantare. Il mitico Usman ha tirato fuori la macchina fotografica e aveva quell’espressione del tipo “ok, stronzetta di un’aurora, a noi due adesso”. Io ovviamente non avevo la macchina fotografica. Grazie “Aurora buddy” App. Ecco, contro-consiglio: in cartolina da Kiruna vi consigliavo di scaricare le App…non fidatevi, uscite tutte le notti sempre e comunque. Ovviamente, come la notte prima, tutto l’ostello era sveglio e sono partite raffiche di foto. I ragazzi, presi dall’ispirazione, hanno fatto una foto petto nudo con l’aurora sullo sfondo. Hanno posato per secondi che sembravano interminabili nel freddo lappone. Mega confessione: non sono riuscita a vedere così bene l’aurora, non ho proprio visto che era verde. Non era super forte ma la gente intorno a me riusciva a dirmi che vedeva colori e movimenti…io niente 😦 , in compenso non ho mai visto così tante stelle!

15181685_10154793468403383_7222060529228520545_nAnche questa volta, siamo andati a letto molto tardi.

Il mattino dopo, abbiamo avuto il tempo di passeggiare in velocità nel parco naturale di Abisko e siamo ripartiti. Ci aspettavano altre 24 ore di pullman.

circolopolare

Cartolina da Kiruna: l’alba di una grande avventura

[Questo articolo è stato scritto con la gentile partecipazione di Alberto, ma solo nei primi paragrafi. Quando ha visto che tiravo per le lunghe è scappato, Usman mi ha aiutato nella parte grafica]

Il (lunghissimo) viaggio

Ok, ci sono molti modi per raggiungere Kiruna. Si, è una città un tantino isolata (più lontana di Città Laggiù) ma ci si può arrivare tramite aereo, nave, mongolfiera, autostop e renna express. Coloro che stanno scrivendo hanno optato per il mezzo più rudimentale: il pullman.

1.574km, 23 ore di viaggio (una discesa agli inferi), 5 pause pipì, 4 panini, da 6° a -11°. Che voglia.

mappa

lupolucio

Un tipico esemplare della fauna kirunese

La ridente mattina della partenza, stavamo facendo stretching (prepararsi all’era glaciale/23h immobili) quando i presenti scrittori notarono nella fredda aria di Göteborg un losco figuro. Era il nostro former “buddy student”/ “student buddy”* Usman aka il terrore dell’Himalaya. Colui che, in quel momento a nostra insaputa, ci avrebbe fatto compagnia per la durata di tutto il viaggio.

* un buddy student è una persona che veglia su di te e ti orienta nei primi giorni di uni

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Torniamo a noi. Il viaggio è stato eccezionale…scherzone!

I presenti hanno scelto di non raccontare le 23 ore di agonia. Possiamo solo dirvi che la nostra guida ci ha dato diversi consigli di sopravvivenza dal freddo tra cui: non lavarsi i capelli per non farli congelare e cadere dal freddo.

Ci ha consegnato un questionario su come sopravvivere se ci si perde…non si è rivelato troppo utile…l’ultima domanda era:IMG_2064.JPG

E infine ha tentato (invano) di spiegarci il fenomeno dell’aurora boreale, ma l’avevamo già persa da tempo. Anzi, per essere precisi, l’avevamo persa dal momento in cui ci ha detto che era perfettamente lecito esprimere un desiderio davanti ad un panino di “Max” (panino di un fast-food locale).

L’arrivo, ovvero il risveglio nella terra dei ghiacci. Non possiamo proprio parlare di risveglio perché non abbiamo quasi chiuso occhio ma possiamo assolutamente confermare che ci trovavamo nella terra dei ghiacci. Erano le 7.30 e il sole non si era ancora alzato, infatti, a Kiruna è più pigro che in altri posti, quindi spunta fuori alle 8.56 e torna a letto alle 12.56 (notare la precisione).

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Kiruna è l’ultimo “grande” centro abitato prima del nulla. È una città curiosa non solo per il clima estremo ma anche per il fatto che sotto questa “città” c’è una miniera di ferro. Quindi, sotto la città ci sono scavi enormi. Quindi la città è in una zona pericolosa. Quindi hanno deciso di spostarla! Da quello che ho capito, prenderanno chiesa e case tutte intere e le sposteranno in un’altra zona. Poi anche la nuova zona sarà sfruttata per il ferro e la città verrà spostata di nuovo…e così via. La città è piccolissima. Il centro è una piazza dove, nelle ore di luce, i bambini in tuta da sci si mettono a giocare…a calcio! Che fisico.

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Niente bici. Solo slitte.

Noi ci siamo andati di domenica e abbiamo trovato una città molto vivace. Non me l’aspettavo. La gente passava le ore di luce fuori oppure all’interno dei posti chiusi in comune. In municipio c’era una pre-festa di natale dove i bambini ballavano intorno all’albero cantando tipiche canzoni svedesi. E poi c’erano un mucchio di bancarelle, in una un signore ci ha offerto la bevanda tipica: il glögg: succo di mirtillo alcolico e molto dolce. E poi c’erano delle vecchiette che vendevano cianfrusaglie e che ci hanno attaccato il bottone. Da dove venite? Aaah, l’Italia, che bello! Ma anche noi abbiamo un tempo bellissimo. Si. Certo.

Dopo aver cenato in ostello siamo tutti usciti alla ricerca delle “Northern Lights”.

Ecco, se volete un consiglio, prima di andare in Lapponia scaricate le applicazioni meteo che prevedono l’aurora boreale. Ovviamente, le nostre App non le predicevano e ovviamente non le abbiamo viste. Ma ci siamo fatti una bella passaggiata nella neve e in fuga dalle luci di Kiruna. Quello che mi ha stupito è che non c’era un buio estremo, Kiruna è molto illuminata e anche la neve rendeva il paesaggio più chiaro.

Niente Aurora per il momento.

Curiosità: A Kiruna non ci sono molti ristoranti, i due che ho visto facevano anche la pizza. Pizza più mangiata? Pizza alla carne di renne (fonte: la nostra guida lettone).

Prossima puntata: Ice Hotel e incontro con i Sami