La chiamano “Sindrome Erasmus”

La sindrome Erasmus si manifesta nel giro di pochi giorni che si è tornati a casa. La sindrome tocca in particolar modo i ragazzi sopra i 18 anni, studenti universitari. Gli esperti dicono che la sindrome tocca anche altre persone che hanno fatto esperienze similari…insomma chi è sotto i 70 anni è considerato come soggetto a rischio.

La sindrome presenta i seguenti sintomi:

– stanchezza (l’Erasmus stanca)

– nostalgia generale

– confusione linguistica

– per chi ha vissuto le giornate corte dei paesi nordici la confusione è anche legata agli orari dei pasti

– perdita di appetito (il paziente reagisce solo di fronte a vasa e kanelbullar)

– cefalea di fronte ai libri del nuovo semestre

– brividi e tremori…davanti a riferimenti casuali al paese ospitante (brividoni quando ho sentito che il servizio militare è stato reintrodotto in Svezia).

Ma tranquilli, questa sindrome è curabile e in alcuni casi anche prevenibile:

Prevenzione:

Durante il periodo Erasmus bisogna ricordarsi che c’è anche il momento del ritorno e che non è un momento troppo lontano…quindi prepararsi a vivere l’attimo ma allo stesso tempo a preparare il proprio ritorno tessendo una solida rete di alleanze sia nel paese conquistato che nel paese di origine. E poi certo, è imperativo tornare a casa con milioni di progetti: stage, viaggi, attività…

Cura: mettere in atto tutti i piani strategici elencati sotto contando sempre sulle alleanze.

In questi giorni sto attuando proprio la parte di cura bella, quella in cui si viaggia (ci sono medicine peggiori). E quindi ho deciso di fare proprio come facevo in Svezia. Durante l’Erasmus sapevo di “avere i giorni contati” quindi non perdevo la minima occasione per poter visitare i dintorni. E mi sono resa conto che , hei!, dopotutto questo lo posso fare anche in Italia. Anzi i treni costano meno e le distanze sono un tantino più corte (le 25 ore di pullman per raggiungere Kiruna sono ormai leggenda).

Quindi il week end scorso mi sono gentilmente fatta ospitare dalla sorellina a Torino e ne ho approfittato per girarmi la città. A Torino ho realizzato una cosa stranissima per quanto ovvia: l’orologio in Italia non si è fermato mentre ero in Svezia. Tutti: amici, famigliari hanno continuato ad avere la loro routine ma anche a vivere dei cambiamenti. E credetemi, anche se li sentite su Skype, ci credete quanto credete ad una serie tv particolarmente riuscita (con tanto di suspense). Poi quando scoprite dal vivo che la sorellina si è stabilita in una città nuova, con nuovi amici e nuove abitudini rimanete super colpiti e vi sentite pesare 6 mesi di più (insomma, invecchiate giusto la durata del vostro Erasmus).

Per la seconda parte della terapia bisognava andare a Bologna. E lì il retrogusto Erasmus c’era eccome. Ho scortato una ragazza Erasmus che faceva l’Erasmus in Italia! Ah, dimenticavo: altra cura è beccare altri Erasmus che ti possono raccontare delle loro scoperte e dei loro viaggi e che sono più che felici di poter ascoltare le tue peripezie. Interessante è la prospettiva di chi fa l’Erasmus proprio a casa tua! E poi dimenticavo quanto Bologna fosse affascinante. Ci sono passata tantissime volte a ogni volta me la ricordo in modo diverso. Questa volta ho visto il canaletto di via Piella e la piazza delle sette chiese. Poi ci è venuta voglia di andare a San Luca ma disastro…si può che i bus bolognesi siano così male indicati? Dovevamo prendere il 58 ma si trattava di un camioncino rosso che neanche per lontana idea avremmo potuto associare ad un comune bus! Alla fine questo ci ha lasciato più tempo per perderci nei vicoletti a nostro piacimento e per gustarci un gelato che mi ha quasi soffocato. E poi mi sono detta che era un’ottima scusa per tornare a Bologna e vedere anche la misteriosa abbazia della formiche…

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Cartolina dalla Bretagna…parte 2

Lo scorso articolo mi sono dimenticata di citare i luoghi. Rimedio subito.

Scorso articolo: le foto sono state scattate a Saint-Quay-Portrieux

In questo articolo: abbiamo fatto questo tragitto:

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nuvola     Fortunatamente ne siamo usciti sani e salvi…ma a quanto pare in Bretagne è molto comune passare da un tempo radioso allo schifo più totale nel giro di pochi secondi.

IMG_2616.JPG      La strada sembra sparire…dinardsables

Cartolina dalla Bretagna

Eccomi finalmente all’aria aperta. Dopo un mese e mezzo di grigiume parigino mi ritrovo in Bretagne! Si respira aria di vacanze e di salsedine.
Temperatura: 15° (pazzesco! Un’amica a Roma ha la stessa temperatura…solo che mi trovo molto più a Nord!)
Viaggio: Da Parigi, bastano 3 ore di TGV…e tanti soldi visto che la SNCF costa veramente tantissimo
Libri letti: Delphine de Vigan, “D’apres une histoire vraie”…catchy!

Ieri mi sono svegliata molto presto per i miei ritmi (le 7!!!) e mi sono diretta alla Gare Montparnasse sotto un cielo terso e un clima deprimente. Mi aspettavano 3 ore di assopimento e pseudo-lettura su un TGV.

Ogni tanto mi giravo dalla parte del finestrino per guardare la pianura monotona e villaggi grigi che si assomigliano un po’ tutti. È strano ma da quando sono tornata dalla Svezia ho realizzato che le case francesi non sono abbastanza colorate! Insomma, ci vuole poco a colorare una facciata…anzi bastano solo le tapparelle e va già meglio. E con questo chiudo una parentesi che riaprirò di sicuro in futuro.

Arrivo nella ridente località di St Brieuc (la “c” finale non si pronuncia…la lingua francese è piena di misteri e di eccezioni) e c’è un sole pazzesco. Di solito la Bretagne è reputata per il clima quasi scozzese. Due sono le specialità bretoni più importanti: la pioggia e i biscotti al burro (o il burro ai biscotti)…anzi le scatole di biscotti. Tutti i francesi che sono stati almeno una volta in Bretagne conservano gelosamente una scatola di biscotti di latta. A volte clima e biscotti sono strettamente correlati.DSC07029.JPG

 

Dopo un buon pranzetto a base d’anatra (che non sono in grado di tagliare). Si prende la macchina e si percorre la costa miracolosamente assolata. Per l’intero pomeriggio mi sono dimenticata che siamo ancora a Febbraio. Mi ha fatto un bene immenso rivedere il sole e girare senza giacca. Dopo tutti questi mesi in Svezia un clima mite dove l’uomo è in grado di sopravvivere senza maglia termica e passamontagna mi mancava.img_2527img_2543img_2532img_2544

E poi c’è dsc06977una cosa che non smette mai di stupirmi: il fenomeno delle maree. Noi mediterranei non siamo abituati a vedere un posto senza mare, delle barche chinate sulla sabbia, incapaci di galleggiare. Bellissimo. Poi ti viene voglia di camminare in quella specie di deserto umido dove un tempo (il mattino) ci fu il mare. Quindi ti incammini con gli stessi scarponi che ti accompagnarono a camminare sui laghi ghiacciati e sulla neve della Lapponia svedese. Solo che stavolta quest’iniziativa si rivela una vera stupidata. Dopo pochi passi in cui ti dici: “non male camminare sulla sabbia umida”, ti ritrovi impantanato e inizi ad affondare. I piedi sono incollati in queste sabbie mobili e ti lanci in acrobazie folli per riuscire a raggiungere le scale che riportano sul molo.img_2546

Ma è comunque da fare. Forse senza scarpe è meglio.

Abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio a passeggiare lungo la costa, a guardare i bambini pescare granchi e a giocare all’impiccato sulla sabbia.

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No, non sto cercando un tesoro. Gioco all’impiccato 😛

Se devo essere sincera (lo so che qualcuno ci rimarrà male ma è da dire): l’oceano stravince sul mar Mediterraneo.

C’era un faro che mi ricordava una bellissima scena di “Moonrise Kingdom”.

Ho anche scalato qualche roccia e mi è venuto in mente lui:

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Adesso non posso né scendere e né salire!

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Maison et Objet: tra passeggiatine solitarie e caffè a scrocco

Cari lettori,

non avete idea di quanto il mio senso di colpa sia grande in questi giorni. Ho completamente tralasciato il mio blog. L’ultima volta che l’ho aggiornato mi trovavo nella gelida campagna francese a visitare castelli e ad ammirare capre. Molte cose sono successe nel frattempo. Ora mi trovo a Parigi e ho intenzione di restarci ancora un mesetto (bella eh la sessione invernale?!).

Che cosa ho fatto ultimamente? A parte aver speso un patrimonio nei bar parigini (che per la cronaca servono birre e caffè nettamente più costosi che in Svezia) ho cercato di rimediare cercando lavoretti super temporanei. Ho trovato un posto come hostess in una conosciutissima fiera di design d’interno chiamata “Maison et Objet” (Casa e Oggetto…fidati sono un linguista).

Il bello di questi lavoretti è che 1. puoi accedere a fiere che sarebbero altrimenti costosissime 2. vedi tutto quello che la gente normale che passeggia alla fiera non vede (tipo la preparazione e lo smontaggio degli stand) e 3. bevi caffè gratis (invece di sorseggiare i costosissimi caffè parigini… che poi si tratta sempre di brodaglia).

La mattina arrivavo prestissimo. Non vi dico la svegliataccia perché per raggiungere la fiera (a Villepinte) ci voleva circa un’ora di viaggio. All’arrivo avevo il salone tutto per me. Non poteva entrare nessuno tranne i dipendenti, quindi passeggiavo per il salone quasi deserto ammirando con calma e silenzio gli oggetti di design esposti (e parliamo di oggetti particolarissimi, stile lampade a forma di molecola e poltrone di cartone). Durante la passeggiata mattutina capitava di incontrare un dipendente con un carrello pieno di caffè fumante che distribuiva a destra e a sinistra. Eccezionale. Si, mi accontento di poco.

Poi iniziava la vera giornata lavorativa, e vai a ripetere le stesse cose tutta la giornata ai clienti. Stancante ma bello. Risulta che, come effetti secondari, ci si metta a proporre cataloghi nel sonno.

Da questa esperienza ho capito una cosa: poco importa quanto geniale sia il pezzo di design che esponi, la maggior parte della gente si fermerà a guardare solo il tuo prodotto più conosciuto (spesso non altrettanto geniale) solo perché va di moda.

Infine, l’ultimo giorno è la vera anarchia. A partire dalle 17.30 (anche se la fiera ufficialmente chiude alle 18) tantissimi clienti arrivano per ritirare tutti i prodotti esposti e partono le litigate per chi prende cosa. Poi alle 18 in punto da anarchia si passa al delirio. Le porte si aprono e arrivano folate di aria gelida, i visitatori spariscono quasi per magia, lo stand viene smontato in fretta e furia e la moquette viene tirata via lasciando il pavimento appiccicoso (un vero piacere per i piedi che già da giorni chiedono pietà).

Ecco qualche foto mossa che ho fatto con il cellulare (da vera reporter quale sono):

Tra pavoni dall’andatura bizzarra e caprette ingenue (castelli della Loira)

Durata viaggio: da Parigi 4 orette buone, da Göteborg…una quindicina contando aerei e attese
Temperatura: intorno ai -2°
Prezzo di un caffè: ancora niente caffè, attendo di tornare in Italia
Libri Letti: ancora le Rouge et le Noir, con la ferma intenzione (e, a questo punto, il proposito per l’anno nuovo) di cambiare libro nel prossimo articolo.

Cari lettori, scusate il lungo silenzio radio ma sono rimasta tramortita da viaggi e pranzi di Natale.
Sono appena tornata da un simpatico week end di famiglia passato sulla Loira ammirando castelli, tramonti e campi gelati. Sono partita per questa fantastica destinazione due giorni fa’, giusto il tempo di digerire i vari pranzi/cene di Natale.

In tre giorni, ho visitato tre castelli e dato un’occhiata furtiva alla città di Tours: 134.000 abitanti all’incirca, fu capitale di Francia a varie riprese e inoltre gemellata con Parma!

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I tre castelli che ho visto sono 1) Valençay 2) Clos Lucé 3) Chenonceau (il più carino, il più conosciuto e quello che proprio non poteva mancare).

Valençay è veramente carino, nei giardini potete incontrare pavoni dall’andatura alquanto bizzarra e caprette talmente ingenue che invece di mangiare le foglie secche che si ritrovano nel recinto, mangiano le foglie (identiche) che gli dai tu, dandoti una genuina soddisfazione e amore per la natura. Ah, si a quanto pare c’è anche un labirinto con porte che si potevano aprire solo con un codice, ma questo ve lo dico solo per sentito dire perché con la mia sista’ mi sono andata a prendere un tè caldo (c’è realmente freddo, sopra i livelli della Svezia). Quindi, 4 stelle al giardino e 2 stelle al castello perché a) non era riscaldato e b) le audio-guide erano imbarazzanti. Ogni volta che entravi in una stanza potevi digitare il codice che ti permetteva di sentire le spiegazioni stile: chi mai ha dormito qui? Ma quello che ti ritrovi ad ascoltare sono suoni di passi (il proprietario era zoppo) e dialoghi simulati tra nobili del XIX secolo.

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Clos Lucé: estremamente carino e piccolino. Ma: tantissima gente e il piano superiore è chiuso al pubblico(mia sorella rileggendo: “vabbeh, temporaneamente”). In compenso vedi tantissimi modellini delle invenzioni di Leonardo Da Vinci (si, ci ha vissuto Leonardo). Alcuni modellini sono esilaranti, mia sorella era molto divertita da uno strano incrocio tra un carro armato e una tartaruga…mi è un pochino difficile spiegarvi il suo funzionamento quindi vi lascio immaginare. Poi anche lì ci sono i giardini con altre invenzioni come quella per sollevare dei sassi. Leo, senza offesa, ma quella invenzione in cui sollevi sassi tramite una corda che tiri con tutte le tue forze è di un’inutilità senza precedenti (potresti sollevare il sasso mettendoci lo stesso impegno). Rimango pur sempre una tua ammiratrice.

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Arriviamo a Chenonceau, visitato il giorno più freddo. È un bellissimo castello, alcune sale sono riscaldate dagli stessi camini che riscaldarono François I, Catherine de Médicis e tutta la cumpa. Insomma, è emozionante potersi riscaldare al fuoco…il problema è che dopo non si vuole più venir via da lì! La particolarità del castello è che è costruito su un fiume (stile: naaah costruire un castello sulla terra ferma? Troppo banale). A Caterina de’ Medici ricordava il bellissimo ponte Vecchio di Firenze. Poi ci sono i giardini ma c’è troppo freddo per poterli esplorare a modo. Quindi eccovi un consiglio: visitateli nelle stagioni calde e soprattutto, se volete evitare i turisti, fatevi trovare puntuali all’apertura.

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Eccomi di ritorno a Parigi dove nuove avventure mi aspettano, ma queste le raccontiamo l’anno prossimo.

Cartolina da…Göteborg! I musei

Bello avere un blog chiamato cartoline da Göteborg quando di Göteborg non se ne parla mai.

Rimedio subito e vi parlo di musei. Anzi, vi faccio una classifica dei musei che ho visto.

5-Museo del design Röhsskaimg_0461Questo museo si è meritato l’ultimo posto. Eppure avevo grandi aspettative! Si tratta di un museo del design principalmente di interni anche se tutta una sala è dedicata alla moda.

Allora, il museo è fornitissimo, per carità! Una volta dentro si ha l’impressione di vivere “in una galassia lontana lontana…”. Alcuni oggetti sembrano il risultato di un colpo di genio…altri di droghe pesanti. Ma il grande problema è che tantissimi oggetti super interessanti sono tutti ammassati in teche poco illuminate. Di spazio ce n’è, ma per qualche strana ragione gli oggetti vengono stipati al centro delle sale. Peccato anche per l’illuminazione…che è quasi inesistente. Decidete: volete essere ecologici o mostrarci oggetti di design?

In compenso il piano dedicato ai vestiti è molto carino.

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Si tratta di un museo delle varie culture nel mondo. Non credo ci sia una mostra permanente ma piuttosto esposizioni temporanee quindi non posso criticare in modo troppo aspro. Io ci sono andata in occasione di una serata universitaria dove offrivano cena vegana gratis e dove c’erano tutte le associazioni studentesche con il loro stand, le loro penne e le loro caramelle :-). Poi si, c’era la mostra. Non l’ho capita molto bene. Era una stanza in cui dovevi entrare scalzo perché camminavi su materiali diversi. All’entrata c’erano tantissime scarpe tipiche delle popolazioni di tutto il mondo. Poi man mano che esploravi potevi provarti dei cappelli diversi, suonare degli strumenti, arrampicarti etc. Insomma, gli argomenti di cui trattava la mostra non mi sono tuttora chiari ma vi posso assicurare che non c’è niente di meglio di vedere una quantità indefinita di studenti universitari tornare alla più tenera infanzia giocando scalzi.

3-Maritimanimg_0464Il Maritiman è il museo della marina, o per meglio dire, si tratta di barche di tutti i tipi e di sottomarini da visitare. Ovviamente sono barche galleggianti sul fiume che taglia la città (se qualcuno avesse un dubbio…). È molto interessante visitare barche di cui non conoscevi nemmeno l’esistenza, tipo la nave specializzata nel spegnere incendi. Solo che ci sono due scomodi inconvenienti: a) le navi puzzano di vernice, di chiuso, di pesce e di altre sostanze indefinite. E ovviamente si ondeggia. Puzza + dondolo = mal di mare. Si, anche senza prendere il largo avrete la possibilità di vivere la tipica sensazione di un marinaio alle prime armi. b) vi avverto che avrete paura. In pratica, per far vedere com’era la vita a bordo, sono state aggiunte delle statue di cera. Il problema è che non sono in tutte le stanze e ovviamente non puoi prevedere quando, nella tua esplorazione, ti ritroverai faccia a faccia con una di loro. Vi ho avvertito.

Ah e poi sconsigliati i tacchi. Impossibile passare in passaggi e scalinate stretti senza cadere.

In compenso il sottomarino è impressionante. Per chi è claustrofobico o sospetta di esserlo…meglio evitarlo.

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Il museo d’arte di Göteborg è imponente e estremamente fornito. Ad una prima occhiata sembra un tipico palazzone inquietante che risale al periodo sovietico (che la Svezia ha vissuto solo attraverso la sua architettura). Ma non fatevi impressionare e entrate a dare un’occhiata (gratuito per gli studenti). Ovviamente i pittori messi in risalto sono quelli scandinavi quindi aspettatevi a paesaggi rudi e innevati. C’è un minuscolo schizzo di Munch (vi sfido a trovarlo) e qualche Picasso e Monet. È l’occasione per scoprire quelle opere meno conosciute e per farsi prendere dalla pittura scandinava. Poi c’è il primo piano dedicato all’arte contemporanea. Lì sicuramente rimarrete stupiti dall’enorme statua di una pole dancer e da un tavolo da ping pong. Si, avete tutti i diritti di giocare a ping pong! Ci sono anche le mostre temporanee…in questo non posso essere d’aiuto.

1-UniverseumIMG_0489.JPGIl più bello per la fine. Cominciamo dalle brutte notizie: i prezzi sono elevati. Ma vi assicuro che è un ottimo investimento! Si sale con un ascensore di vetro fino all’ultimo piano e lì…vedrete gli squali svedesi e i serpenti più pericolosi del mondo (poco spaventosi perché mezzi addormentati, vi rassicuro…a vostra disposizione per una colta conversazione in serpentese). Poi c’è il piano esterno dove ci sono dei robot-mammut. Ecco se vi manca il tempo saltate questa parte, non ne vale la pena. Anche se avete tempo saltatela. Per favore.

E poi ci si inoltra nella giungla equatoriale. Ci si trova in una mega serra insieme ad iguane, scimmie, e uccelli…molto bello. L’umidità è quasi quella emiliana. L’esperienza è ancora più unica se, dalle vetrate della serra, potete vedere che fuori nevica. Gli altri piani sono dedicati ad alimentazione e sport. Poi c’è un bar con free wifi e torta alle carote da evitare.

Cartolina da Narvik… a rivedere le stelle

Ecco l’ultimo capitolo del mio viaggio in Lapponia. Narvik.
Gradi: 4° (ma ad Abisko -10°) Come mai? Corrente del golfo che raggiunge Narvik.
Gradi nel pomeriggio: varia dai 75° ai -3°…non, non è un errore…abbiate la pazienza di leggere il resto 😉
Prezzo di un cappuccino: 37 corone norvegesi
Libri letti: Boule de Suif
Compagni di viaggio: 50 studenti Erasmus, una guida lettone che ci parlava solo dei Troll come unica specialità norvegese, due autisti silenziosi e fumatori.

Dopo una notte insonne alla ricerca di Aurora B. ci siamo svegliati nuovamente pieni di energia. Siamo saliti sul mitico pullman e ci siamo diretti verso la Norvegia. Il viaggio verso Narvik ci è stato confermato solo all’ultimo minuto perché le condizioni della strada Abisko-Narvik lasciano a desiderare.

Dopo un’oretta ci siamo ritrovati davanti ad un bellissimo fiordo, paesaggio che puoi trovare solo in Norvegia.

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E poi ci siamo diretti a Narvik. Una cosa la devo dire. I norvegesi hanno dei bellissimi paesaggi, e questo è certo, ma per quanto riguarda le città hanno ampi spazi di miglioramento. Narvik è bella solo perché è in una posizione incredibile ma gli edifici sono moderni, troppo alti, e grigi. Ho avuto solo due ore per visitarla, due ore facilmente sprecate in battaglie di neve che non hanno risparmiato nemmeno la mia amata macchina fotografica (tranquilli, si è ripresa dal trauma).

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Poi siamo ripartiti.

Quindi non ho molto da dire su Narvik e mi chiedo come mai il titolo che ho scelto è “Cartoline da Narvik” perché in realtà la vera avventura è stata: La Sauna.

La sauna è la cosa che mi spaventava di più della Svezia. Avevo già provato a fare la sauna in passato e non era tanto la parte in cui sudi in una stanzina di legno a 75° che mi spaventava, ma quella in cui ti butti nella neve e ti metti a nuotare nel mare artico come se non ci fosse un domani che mi terrorizzava. Insomma, era da almeno un mese che mi chiedevo “faccio la sauna o non faccio la sauna?” (qualcuno avrebbe aggiunto “questo è il dilemma”). Ma ovviamente per vivere a pieno la Svezia, bisogna fare la sauna. Quindi in poco tempo, mi sono ritrovata in costume da bagno (si, i finlandesi fanno la sauna nudi…ma gli svedesi no…giusto?) in una stanzetta di legno scura e suuuuper calda. 20 minuti dopo correvo verso il lago artico a pochi metri urlando “ma lo sto facendo davvero?”. Sono ancora viva per raccontarvelo quindi non è andata molto male. Il freddo lo si soffre lo stesso (ricordarsi che siamo in Lapponia) anche dopo 1h di sauna, specialmente nel lago artico, la neve non è terribile perché non ti ci immergi.

Inutile dirlo, la sauna s’ha da fare se vuoi guadagnarti un po’ di rispetto dalla comunità Erasmus (e anche da quella svedese).

Ma non è finita.

Dopo cena, abbiamo guardato le nostre App sull’aurora boreale. Possibilità di vederle 0%. Ma non voglio lasciare la Lapponia senza prima aver fatto un ultimo tentativo. Quindi, io e qualche coraggioso, ci siamo incamminati nella foresta dietro all’ostello, con gli occhi che si abituavano piano piano al buio, armati di macchina fotografica e pronti a scivolare sulle lastre di ghiaccio (gli occhi che si abituavano al buio guardavano ovviamente il cielo).

E poi…ABBIAMO VISTO L’AURORA! Grida di gioia, qualche stonato coraggioso ha pure iniziato a cantare. Il mitico Usman ha tirato fuori la macchina fotografica e aveva quell’espressione del tipo “ok, stronzetta di un’aurora, a noi due adesso”. Io ovviamente non avevo la macchina fotografica. Grazie “Aurora buddy” App. Ecco, contro-consiglio: in cartolina da Kiruna vi consigliavo di scaricare le App…non fidatevi, uscite tutte le notti sempre e comunque. Ovviamente, come la notte prima, tutto l’ostello era sveglio e sono partite raffiche di foto. I ragazzi, presi dall’ispirazione, hanno fatto una foto petto nudo con l’aurora sullo sfondo. Hanno posato per secondi che sembravano interminabili nel freddo lappone. Mega confessione: non sono riuscita a vedere così bene l’aurora, non ho proprio visto che era verde. Non era super forte ma la gente intorno a me riusciva a dirmi che vedeva colori e movimenti…io niente 😦 , in compenso non ho mai visto così tante stelle!

15181685_10154793468403383_7222060529228520545_nAnche questa volta, siamo andati a letto molto tardi.

Il mattino dopo, abbiamo avuto il tempo di passeggiare in velocità nel parco naturale di Abisko e siamo ripartiti. Ci aspettavano altre 24 ore di pullman.

circolopolare

Cartolina da Kiruna: l’alba di una grande avventura

[Questo articolo è stato scritto con la gentile partecipazione di Alberto, ma solo nei primi paragrafi. Quando ha visto che tiravo per le lunghe è scappato, Usman mi ha aiutato nella parte grafica]

Il (lunghissimo) viaggio

Ok, ci sono molti modi per raggiungere Kiruna. Si, è una città un tantino isolata (più lontana di Città Laggiù) ma ci si può arrivare tramite aereo, nave, mongolfiera, autostop e renna express. Coloro che stanno scrivendo hanno optato per il mezzo più rudimentale: il pullman.

1.574km, 23 ore di viaggio (una discesa agli inferi), 5 pause pipì, 4 panini, da 6° a -11°. Che voglia.

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Un tipico esemplare della fauna kirunese

La ridente mattina della partenza, stavamo facendo stretching (prepararsi all’era glaciale/23h immobili) quando i presenti scrittori notarono nella fredda aria di Göteborg un losco figuro. Era il nostro former “buddy student”/ “student buddy”* Usman aka il terrore dell’Himalaya. Colui che, in quel momento a nostra insaputa, ci avrebbe fatto compagnia per la durata di tutto il viaggio.

* un buddy student è una persona che veglia su di te e ti orienta nei primi giorni di uni

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Torniamo a noi. Il viaggio è stato eccezionale…scherzone!

I presenti hanno scelto di non raccontare le 23 ore di agonia. Possiamo solo dirvi che la nostra guida ci ha dato diversi consigli di sopravvivenza dal freddo tra cui: non lavarsi i capelli per non farli congelare e cadere dal freddo.

Ci ha consegnato un questionario su come sopravvivere se ci si perde…non si è rivelato troppo utile…l’ultima domanda era:IMG_2064.JPG

E infine ha tentato (invano) di spiegarci il fenomeno dell’aurora boreale, ma l’avevamo già persa da tempo. Anzi, per essere precisi, l’avevamo persa dal momento in cui ci ha detto che era perfettamente lecito esprimere un desiderio davanti ad un panino di “Max” (panino di un fast-food locale).

L’arrivo, ovvero il risveglio nella terra dei ghiacci. Non possiamo proprio parlare di risveglio perché non abbiamo quasi chiuso occhio ma possiamo assolutamente confermare che ci trovavamo nella terra dei ghiacci. Erano le 7.30 e il sole non si era ancora alzato, infatti, a Kiruna è più pigro che in altri posti, quindi spunta fuori alle 8.56 e torna a letto alle 12.56 (notare la precisione).

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Kiruna è l’ultimo “grande” centro abitato prima del nulla. È una città curiosa non solo per il clima estremo ma anche per il fatto che sotto questa “città” c’è una miniera di ferro. Quindi, sotto la città ci sono scavi enormi. Quindi la città è in una zona pericolosa. Quindi hanno deciso di spostarla! Da quello che ho capito, prenderanno chiesa e case tutte intere e le sposteranno in un’altra zona. Poi anche la nuova zona sarà sfruttata per il ferro e la città verrà spostata di nuovo…e così via. La città è piccolissima. Il centro è una piazza dove, nelle ore di luce, i bambini in tuta da sci si mettono a giocare…a calcio! Che fisico.

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Niente bici. Solo slitte.

Noi ci siamo andati di domenica e abbiamo trovato una città molto vivace. Non me l’aspettavo. La gente passava le ore di luce fuori oppure all’interno dei posti chiusi in comune. In municipio c’era una pre-festa di natale dove i bambini ballavano intorno all’albero cantando tipiche canzoni svedesi. E poi c’erano un mucchio di bancarelle, in una un signore ci ha offerto la bevanda tipica: il glögg: succo di mirtillo alcolico e molto dolce. E poi c’erano delle vecchiette che vendevano cianfrusaglie e che ci hanno attaccato il bottone. Da dove venite? Aaah, l’Italia, che bello! Ma anche noi abbiamo un tempo bellissimo. Si. Certo.

Dopo aver cenato in ostello siamo tutti usciti alla ricerca delle “Northern Lights”.

Ecco, se volete un consiglio, prima di andare in Lapponia scaricate le applicazioni meteo che prevedono l’aurora boreale. Ovviamente, le nostre App non le predicevano e ovviamente non le abbiamo viste. Ma ci siamo fatti una bella passaggiata nella neve e in fuga dalle luci di Kiruna. Quello che mi ha stupito è che non c’era un buio estremo, Kiruna è molto illuminata e anche la neve rendeva il paesaggio più chiaro.

Niente Aurora per il momento.

Curiosità: A Kiruna non ci sono molti ristoranti, i due che ho visto facevano anche la pizza. Pizza più mangiata? Pizza alla carne di renne (fonte: la nostra guida lettone).

Prossima puntata: Ice Hotel e incontro con i Sami

è successo davvero?

The Food Traveler mi ha invitata a partecipare ad una catena che si chiama “è successo davvero?”. È una bellissima idea e quello che bisogna fare è raccontare 3 storie di viaggio: 2 storie che sono successe veramente e una inventata. È poi compito dei lettori scoprire quando dico il vero e quando mento…aspetto numerosi commenti ;-). Inoltre bisogna rispettare i seguenti punti:
  • Usare nel post l’immagine del tag originale.
  • Nominare l’ideatore del tagA Tourist Abroad
  • Inserire tra i tag dell’articolo #èsuccessodavvero
  • Raccontare le 3 cose più strane che ti sono successe in viaggio: due vere, una inventata.
  • Inserire alla fine di ogni racconto la frase “è successo davvero?
  • Taggare almeno 5 blog.

Pronti, partenza, via!

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(1) Come sono diventata una star della TV slovena

Due estati fa’ ho visitato la Slovenia. Per chiunque non ci sia stato, i paesaggi montani sono belli e ci sono parecchie cose da visitare come le grotte di Postumia, il lago di Bol, il castello di Predjama e tanto altro. Un must è sicuramente la capitale, Lubiana. Non vi aspettate ad una città enorme, è una capitale veramente piccina. Noi ci siamo fermati 5 giorni e l’abbiamo visitata veramente tutta.

L’ultimo giorno abbiamo deciso di passeggiare per la città e salutarla prima di ripartire in direzione Koper. Ma il centro città era stranamente silenzioso, soprattutto i portici lungo il fiume. Dopo qualche minuto abbiamo capito perché: qualcuno con un’enorme telecamera riprendeva dei tipi vestiti da boyscout che correvano. Sempre in occasione del film, c’era una bancarella dove una signora vendeva pannocchie. Ad un certo punto un ragazzo che, era evidentemente l’aiuto-regia, mi si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi in sloveno. Dopo aver visto la mia espressione interrogativa, ha optato per l’inglese e mi ha chiesto se volevo apparire come figurante nel film. Domanda: perché una turista che non sa nemmeno lo sloveno dovrebbe partecipare? Mi sono guardata intorno e ho visto che altri colleghi stavano chiedendo ad altri passanti. Allora mi sono lanciata e mi sono offerta volontaria. Il mio ruolo era semplice, bastava avvicinarsi alla bancarella di pannocchie e rimanere lì fino all’arrivo dei corridori, poi ritirarsi con la faccia scocciata. La scena è stata girata 3 volte perché i corridori erano troppo scoordinati (uno in particolare arrivava sempre dopo gli altri che erano stufi di dover rigirare la scena) ma ce l’abbiamo fatta. Prima di andarmene ho chiesto al ragazzo di che film si trattasse, ho aggiunto che l’avrei visto volentieri (sottotitolato). Mi ha detto un titolo in sloveno dove l’unica parola che ho capito è stata “031-the-artist-theredlistcioccolato”, poi mi ha detto che si trattava di un episodio di una serie Tv, non di un film da grande schermo. Mi ha lasciato il nome del sito e l’ho salutato soddisfatta. Sono riuscita a ritrovare l’episodio ma non sono riuscita a trovare la scena della bancarella di pannocchie.

Domanda…è successo davvero?

 

(2) Come ho vissuto un pomeriggio da ricercata ad Oxford

Questa storia rimonta a tanti anni fa’. Ero ancora liceale e avevo fatto uno scambio culturale con una scuola a Culham (non molto lontano da Oxford). Non so se alcuni di voi hanno fatto degli scambi culturali con la scuola ma di solito tutto è pianificato in modo quasi maniacale: lezioni di qua, visita al museo x, giro del parco y…

Però c’è quel pomeriggio, quell’unico pomeriggio di tutta la settimana in cui i prof mancano di idee e ci concedono qualche ora di libertà. Momenti che un adolescente investe in shopping e abbuffate al KFC.

Ma per me non è andata proprio così. Infatti quel pomeriggio il mio corrispondente Y. (quello che mi ospitava per la settimana), aveva partecipato ad una partita di calcio e aveva avuto la brillante idea di calciare…non il pallone…ma il piede di un altro giocatore. Risultato: un ferito. Chi? Il mio corrispondente (quando si parla del karma…). Così da brava ragazza ho deciso di accompagnarlo all’ospedale. Tutto ciò è avvenuto all’improvviso e non è stato proprio registrato dai compagni di classe che avevano in testa solo KFC – HeM – souvenirs di Oxford e che non mi hanno vista scendere con Y.

Ho passato il pomeriggio con lui (in parte a casa e in parte all’ospedale), senza curarmi di dare un’occhiata al telefono. Intanto, nella mia temporanea cameretta dell’ultimo piano il mio telefono squillava sconsolato.

E poi sono tornata a casa e sono salita in camera: 1.000 chiamate perse o giù di lì. Anche il telefono fisso ha squillato ed è iniziato il dramma. Nelle ore seguenti ho ricevuto almeno una decina di chiamate dagli amici e dal tutto il personale delle due scuole gemellate. Ne ho sentito di tutti i colori, dagli “l’importante è che sei sana e salva” a “ma sei completamente fuori di testa?”.

Ci ho messo tanto a ricostruire il corso degli eventi e ho avuto bisogno di ascoltare molte versioni dei fatti per averne una visione più o meno corretta. Ma, a quanto pare, le cose stanno così:mp_policia_jones gli amici non mi vedono scendere dall’autobus, si accorgono della mia scomparsa abbastanza tardi per i miei gusti, panico, chiamate senza risposta…e allora? E allora si avverte la scuola e si inizia una procedura di ricerca presso la polizia inglese.

Risultato: per tre ore sono stata una ricercata in tutto il Regno Unito e sono finita anche in radio. Inoltre, mi sono vista arrivare un poliziotto vestito proprio come nei film e con un forte accento scozzese. Molto simpatico e molto felice di ritrovarmi viva.

Ma la domanda è…è successo davvero?

(3) Come sono quasi affogata nelle acque del Tago

Qualche tempo fa’, sono stata invitata da una cara amica portoghese M. nel suo paese d’origine. Alloggiavamo a casa sua, a Cascais: a due passi dal mare e non lontano dal centro di Lisbona. Sono state due settimane molto divertenti e piene di esplorazioni. C’è stato un giorno in particolare che non dimenticherò mai. Quel giorno avevamo deciso di vedere Lisbona dal mare quindi siamo partiti in motoscafo e abbiamo fatto un magnifico giro lungo la costa. Certo la capitale è lontanuccia e non si vede del tutto, ma quello che si vede benissimo è un grandissimo ponte rosso che ricorda il Golden Gate Bridge di San Francisco. C’era bel tempo quindi ero molto ispirata, mi sono andata a sedere sulla prua del motoscafo. Quello che non avevo calcolato è che stavamo per attraversare il punto in cui il fiume Tago sfocia nell’oceanovertigo7 creando vortici e onde belle alte. Pochi secondi dopo mi trovavo nella bizzarrissima situazione a metà tra il salto nel vuoto e l’attaccarsi con tutte le proprie forze alle sbarre della prua. Il guidatore, preoccupatissimo, ha iniziato il dietrofront ma la tensione è rimasta alta per qualche minuto. È lì che mi sono resa conto quanto le correnti possano essere pericolose (e quanto è instabile un piccolo motoscafo).

Ho preso molta paura e quando sono sbarcata sulla terra ferma (con la “ferma” intenzione di restarci) ero completamente fradicia.

Lo stesso pomeriggio la macchina ha smesso di funzionare e l’abbiamo dovuta spingere fino alla discesa più vicina. Non ne potevo più.

Per concludere: giornata piena di emozioni e molto stancante.

Però quello che mi chiedo è…è successo davvero?

Sicuramente sarete curiosi di sapere dove verità lascia posto a finzione…io lo sono altrettanto per le storie di:

Silvia Wanderlust

Alla fine di un viaggio

Trip&Dream2908

Under the sky of Sweden

Bhutadarma

Il gioco è aperto a chiunque voglia partecipare! :-)

Flashback: cartolina da Oslo

28 Agosto. Dopo 10 giorni di Svezia, ho deciso di andare ad Oslo.
Gradi: 15
Prezzo di un caffè: 35 corone norvegesi – prezzi folli
Libro letto: Le guide Routard ( “I norvegesi amano la natura, e forse è questa la ragione per cui non sono mai stati particolarmente abili nella gestione delle grandi città”)
Ore a disposizione: 10. Non tante, quindi quello che scrivo in questo articolo sono solo le prime impressioni.

Ingredienti:

-una Guida (libro) e una cartina

-Passaporto

-2 compagni di viaggio curiosi e pronti a raccontarti la loro vita in pullman

-una mascotte (Ipnorospo)

-Cibo che possa nutrirti tutta la giornata. Sul serio. Non si spende niente a Oslo

-Maglioni, ombrelli, giacche a vento. Non è un caso se scrivo tutto al plurale, non fate mai male ad esagerare.

Mescolate tutti gli ingredienti assieme. Guai a voi se li mettete a cuocere. L’impasto si mette direttamente in frigo e avrete la stessa temperatura di Oslo.

Da Göteborg è facilissimo raggiungere la capitale norvegese  e, dopo circa 3 ore (di pullman), spunta il fiordo norvegese su cui sorge Oslo (per cambiare dalle monotone foreste di pini).

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La città nuova (quella vicino alla stazione) è particolarmente brutta. Ci sono dei palazzoni scuri incoerenti. Ma tra loro si può anche scorgere l’Opera di Oslo che sembra proprio la punta di un iceberg. È un edificio bianchissimo che diventa un tutt’uno con il cielo (bianchissimo anche lui).
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L’Opera è veramente bellissima, in particolar modo i bagni. Non sto scherzando, dateci un’occhiata, ne vale la pena.

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Poi si passeggia per la città. La via principale (Karl Johansgate) è da fare e anche la galleria nazionale è simpatica. Il bello è che non è enorme, ci si concentra sui quadri dei pittori norvegesi e ovviamente si va a salutare la famosissima emoticon di Whatsapp…oh scusate volevo dire “L’Urlo” (in Norvegese è carinissimo: “Skrik”, il nome del mio prossimo pesciolino rosso). Di solito è tradizione mettersi vicino al quadro e assumere la stessa espressione di Mr Skrik.

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Mr Skrik non poteva mancare

Dopo queste visite culturali ci si sente improvvisamente colti dall’ispirazione e viene la voglia di disegnare…i norvegesi hanno pensato anche a questo.

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Poi con le poche ore rimaste si corre verso il parco di Vageland attraversando il quartiere delle ambasciate o, per meglio dire, il quartiere fantasma. I palazzi sono bellissimi ma non c’è nessuno. Ok è domenica. Ok è agosto (anche se le scuole hanno già ripreso) ma è una città troppo calma per essere una capitale. Forse esagero se dico che è una città senz’anima ma è questa l’impressione che ho avuto (ricordatevi che avevo solo 10 ore per vederla…rimane un giudizio un tantino superficiale). E infine si arriva al parco si Vageland. Impressione: inquietante al massimo. L’erba è di un verde radioattivo ed è un posto pieno di statue di bambini nudi (avevo freddo per loro). C’è la famosissima statua del bambino imbronciato, se gli tieni la mano ti porta fortuna e c’è un obelisco fatto di uomini nudi ammassati l’uno sull’altro.

Non vivrei mai ad Oslo (abbiamo incontrato delle ragazze che fanno un anno di Erasmus lì…aiuto!) ma sono contenta della giornata passata lì. Mi dispiace averla vista così poco!