Breve storia del passeggero di fianco

Ci si chiede sempre chi è il passeggero che ci sta seduto accento durante i lunghi viaggi. Per quanto mi riguarda, faccio fatica a spaccare il ghiaccio e, di solito, faccio fatica a scoprire chi è il mio vicino di sedile. Poi ci sono quegli eventi che, volente o nolente, ti portano ad iniziare una conversazione con chi ti sta seduto accanto, come ad esempio un problema tecnico che causa un ritardo di 3 ore al tuo treno.

E così, tra un commentino acido e uno scherzoso, ho fatto conoscenza col mio vicino. Era vestito elegante e aveva con sé una valigetta nera, come un uomo di affari, aveva i capelli tagliati cortissimi e i denti leggermente storti. A guardarlo sembrava un francese di origine africana che viveva da anni in Francia. In realtà il continente africano lo conosceva fin troppo bene. Mi disse che veniva dall’Eritrea. Quando scoprì che ero italiana mi disse che gli italiani avevano colonizzato il suo paese tanti anno fa’ e cercò di trovare nella sua lingua qualche traccia della lingua italiana, qualche connessione tra due passeggeri dalle storie completamente diverse che si ritrovavano a viaggiare vicini.

Mi disse che era un “refugee”, parlava un francese incerto che stava imparando con tanta fatica e ogni tanto tirava fuori delle parole in inglese perché gli riusciva più facile.

Mi disse che veniva da un paese strano, che aveva lo stesso presidente da molto tempo e di cui conosceva benissimo le prigioni. Aveva lasciato la famiglia indietro ed era partito, aveva lasciato quel posto che conosciamo così poco per far parte di tristi eventi che conosciamo molto meglio. Infatti, era stato sui famosi barconi, quelli che attraversano il Mediterraneo ogni giorno per raggiungere le porte dell’Europa, sui 400 passeggeri, 120 non ce l’avevano fatta. Lui invece era arrivato a Reggio Calabria, un posto che ancora riusciva male a pronunciare. Poi aveva attraversato l’Italia. Di Roma e di Milano mi disse che avevano stazioni pulite…certo non ero proprio della sua opinione specialmente per quanto riguarda Roma ma non ho voluto contraddirlo. Poi mi aveva nominato altre tappe famose di questo vagabondaggio verso la libertà: era rimasto per settimane bloccato a Ventimiglia, solo alla fine si era deciso e aveva attraversato il confine tra Italia e Francia a piedi. Ci aveva messo 3 ore. Poi era risalito fino a Calais, fino alla famosa giungla. Avrei voluto chiedergli di più sul suo soggiorno lì ma non ne ho avuto il coraggio, so solo che lì si era fermato a lungo nella speranza di passare l’ultima frontiera, l’ultimo muro: il canale della Manica e raggiungere il Regno Unito.

Alla fine era stato accettato dalla Francia. Lo avevano spedito al centro di accoglienza di Besançon e aveva fatto un viaggio giornaliero a Parigi per gestire i suoi documenti e per trovare lavoro.

Tutto quello che mi diceva, l’avevo già letto nei giornali. Mi faceva strano sentirlo raccontare, incontrare un testimone della tragedia che stiamo vivendo adesso. Avevo sempre letto i giornali e le notizie di questa tragedia come se si trattasse di una realtà parallela alla mia. Per quanto provassi dispiacere per le vittime, mi sentivo distante anni luce dai fatti narrati. La verità è che tutti noi inconsciamente sediamo vicino a qualcuno che ha vissuto di prima persona questa tragedia umana e che è consapevole di cosa vuol dire lasciare il proprio paese per un mondo migliore.

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Cartolina da Jersey

Avevo voglia di andare all’estero ma ero troppo pigra per affrontare un lungo viaggio. E così mi sono imbarcata da Saint-Malo (Bretagna, Francia) in direzione di Jersey.

Per chi non lo sapesse, Jersey è una minuscola (o così sembra su una qualsiasi cartina) isoletta a due passi dalla Normandia ma pur sempre parte del territorio britannico e con una certa indipendenza.

Partendo dal nord della Francia, basta prendere un traghetto e fare un viaggio da un’ora e mezza. Ovviamente avevo sottovalutato il viaggio: il traghetto partiva alle 8 del mattino e mi sembrava un orario convenevole…in realtà non sapevo che bisognava presentarsi al porto un’ora prima per il controllo documenti…insomma, contando il tempo per raggiungere il porto, mi sono svegliata alle 5…viva le vacanze! Poi avevo dimenticato un altro dettaglio: nei viaggi in traghetto si può soffrire di mal di mare, specialmente se ci sono problemi al motore, il mare è mosso, hai bevuto solo del latte a colazione e una bambina ha appena vomitato davanti a te. Insomma, a 5 minuti dalla partenza già iniziavo a stare male e probabilmente si vedeva perché un’anonima mano provvidenziale mi ha passato un sacchetto senza che io chiedessi niente. Sono uscita barcollando verso l’aria aperta e avevo lo stesso equilibro dello zio Reginaldo negli “Aristogatti”. Il resto del viaggio sono rimasta attaccata alla ringhiera a guardare i nuvoloni atlantici.

Una volta arrivata sull’isola ho presentato la mia carta di identità che ha destato parecchi sospetti e domande del tipo “qual’è la tua professione?”, “Quali sono i motivi della tua visita?”. Poi c’è stata la grande sorpresa perché, appena uscita, mi sono ritrovata in un grandissimo porto e mi sono resa presto conto che Jersey non è proprio piccina piccina e che anche solo raggiungere l’ostello sarebbe stata un’impresa (poi si rimane sempre colpiti dalle macchine che sbucano a tradimento a sinistra)! Ma niente paura, dopo una breve tappa all’ufficio del turismo, mi sono incamminata dalla capitale St Helier al piccolo porto di Gorey, sulla costa orientale. La camminata è stata lunga e sono rimasta delusa dal fatto che non ci fossero veri sentieri ma solo piccole strade frequentate da bus e Porsche. In compenso, gli abitanti dell’isola sono estremamente gentili perché, dopo essermi persa in campagna, non solo mi hanno proposto aiuto ma alla fine mi hanno anche dato un passaggio.

L’arrivo a Gorey è stato magico: ci si ritrova in un porticciolo sovrastato da un’antica fortezza e composto da una fila di pub coloratissimi. Per di più, sono arrivata a bassa marea e mi ha fatto uno strano effetto vedere tutte le barchette dei pescatori stese sulla sabbia. Le maree sono un fenomeno che non smetterà mai di affascinarmi e cambiano completamente l’aspetto dell’isola che, in bassa marea, acquista un quinto in più del suo territorio.

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Per i restanti due giorni ho camminato in parte lungo la costa est fino alla baia di St Catherine (dove si svolgeva una gara di triathlon per bambini, in cui i pargoletti si tuffavano in acque ghiacciate e dopo aver fatto l’equivalente di una vasca avanti e indietro, correvano lungo il lunghissimo molo senza fiatare) e poi a nord, dove si possono ammirare le scogliere. La parte più selvaggia dell’isola è senza dubbio il nord dove c’è un posto alquanto inquietante chiamato “Devil’s Hole”: una gola profonda che si riempie di acqua durante le maree e che costituisce un serio pericolo per navi, nuotatori e turisti troppo curiosi che vogliono avvicinarsi al precipizio. I  soccorsi intervengono una o due volte l’anno per recuperare i curiosi, malgrado i cartelli di divieto ed una grande statua del diavolo a pochi metri di distanza.

Oltre alle passeggiate, quello che mi è piaciuto di Jersey è di trovarsi già in Regno Unito e di conseguenza, adottare delle abitudini “British”. Infatti era da anni che non prendevo un “afternoon tea” (purtroppo il bar aveva finito gli scones) e non mangiavo delle “Jacked Potatoes” in un autentico pub!

Paris, 8ème

Eccomi di nuovo e stavolta a Parigi. È ormai da un mese che mi sono ristabilita nella capitale per un tirocinio che si trova in uno dei quartieri più conosciuti di Parigi: il 8ème, l’ottavo “arrondissement”, lì dove ci sono i Champs-Elysées e l’arco di trionfo.

Sia chiaro, in questo nuovo articolo non parlerò affatto del mio stage ma delle mie lunghe pause pranzo e di quello che mi permettono di vedere.

Ho ben due ore di pausa pranzo ogni giorno. Alle 12 esco dall’ufficio e non mi ripresento prima delle 14. Per quanto pensassi che due ore di pausa equivalessero a noia assicurata, in realtà mi rendo conto che c’è tanto da vedere e da fare. E quindi ultimamente ho osservato con attenzione il quartiere del 8ème e non me ne sono fatta una buona opinione.

Il 8ème è un quartiere snob: gli unici negozi che ci trovi sono quelli di “haute coûture” e ci sono solo due tipi di ristoranti: le catene che ti propongono pranzi con un familiare retrogusto di plastica e i ristoranti raffinati con ostriche, caviale e chi più ne ha più ne metta (e ci sono le sale da tè tipo “La Durée” in cui, per una merenda completa, spendi 27€).

#paris #nofilter

Un post condiviso da Eleonora Gemmi (@ele_egg) in data:

Poi ci sono gli Hôtel ed è impossibile trovarne uno a meno di 4 stelle. Ti ritrovi a passeggiare davanti alle loro sontuose entrate in cui turisti noncuranti entrano in quello che sembra un piccolo angolo di paradiso (ora capisco come mai la via principale del quartiere si chiama “campi elisi”): mega lampadari, fiori, specchi. L’altra metà della gente che incontri davanti alle entrate sono gruppi di ragazzi tutti intenti a fotografare le coloratissime Maserati e Ferrari che sono parcheggiate davanti, e ti scappa quasi da ridere. A volte vedo gli uscieri in pausa sigaretta, l’unico momento in cui possono apparire imbronciati.

La cosa peggiore di tutta questa ricchezza è che fa’ un triste contrasto con quelle persone che dormono nelle strade: l’altro giorno, mentre uscivo dall’ufficio ho visto un gruppetto di 3 poliziotti che si avvicinava furtivamente ad un uomo che dormiva a due passi da un’illustre negozio di moda. L’hanno guardato, si sono guardati un po’ incerti e poi sono passati oltre senza sfiorarlo, più imbarazzati che altro. Anche io sono più sensibile alle persone che vedo dormire nella metro o vicino alle grate di aria calda. Ho appena finito “Senza un soldo a Parigi e Londra” (“Down and Out in Paris and London”) di George Orwell in cui lo scrittore narra delle sue esperienze di povertà nelle due capitali europee. È un libro che vi consiglio perché mostra con “humor” perfettamente inglese le differenze di stili di vita. Orwell parla anche della sua esperienza da lavapiatti nell’“Hotel X” (Hotel che descrive come uno dei più lussuosi di Parigi, forse proprio uno di quegli Hotel davanti a cui passo tutti i giorni…tanto si assomigliano tutti), dei due mondi che ci convivono, quello dei ricchi clienti e quello sotterraneo dei domestici. Conclude dicendo che non vorrebbe mai essere cliente dell’Hotel X perché non è pulito come sembra e il cibo viene maneggiato più o meno da tutti i dipendenti prima di arrivare sul tavolo del cliente.

Poi ci sono le ambasciate, e lì non si parla più nemmeno di suolo francese. Si tratta di palazzi sfarzosi ma assolutamente sigillati alla mia curiosità, la cosa simpatica delle ambasciate è che scopri Paesi di cui non sospettavi nemmeno lontanamente l’esistenza…e scopri quanto sei imbranato a ricordarti le bandiere.

Non lontano da alberghi e ambasciate si trovano i posti più turistici della città: l’arco di trionfo e il Trocadéro.

Mi viene il nervoso perché non sono ancora riuscita a salire sull’arco di trionfo, e tutte le volte che ci provo non ci riesco perché la fila è troppo lunga e le mie magiche due ore di libertà non bastano (anche perché devo anche mangiare!).

Per quanto riguarda il Trocadéro, ci sono già andata due volte. È pienissimo di turisti sotto sole, pioggia e probabilmente anche durante le bufere. Ma il posto mi diverte perché mi piace guardare i turisti che fanno selfie improbabili vicino alla Tour Eiffel e ci mettono tanta di quella concentrazione che quasi mi intenerisco (sia chiaro, non critico anche perché, come da tradizione, anche io mi faccio i selfie).

Poi ci sono i parchi…o meglio se ne sente la loro mancanza. L’unico parco abbastanza grande nel quartiere è quello davanti al palazzo Galliera. Lì si raggruppano tutti i ragazzini che fanno il campo estivo e tutti gli stagisti squattrinati che non possono permettersi i ristoranti del quartiere e che si portano il classico panino (baguette con ingredienti a scelta e…burro!).

Insomma, tra alberghi, ambasciate e giardinetti, le mie pause pranzo si rivelano produttive!

La chiamano “Sindrome Erasmus”

La sindrome Erasmus si manifesta nel giro di pochi giorni che si è tornati a casa. La sindrome tocca in particolar modo i ragazzi sopra i 18 anni, studenti universitari. Gli esperti dicono che la sindrome tocca anche altre persone che hanno fatto esperienze similari…insomma chi è sotto i 70 anni è considerato come soggetto a rischio.

La sindrome presenta i seguenti sintomi:

– stanchezza (l’Erasmus stanca)

– nostalgia generale

– confusione linguistica

– per chi ha vissuto le giornate corte dei paesi nordici la confusione è anche legata agli orari dei pasti

– perdita di appetito (il paziente reagisce solo di fronte a vasa e kanelbullar)

– cefalea di fronte ai libri del nuovo semestre

– brividi e tremori…davanti a riferimenti casuali al paese ospitante (brividoni quando ho sentito che il servizio militare è stato reintrodotto in Svezia).

Ma tranquilli, questa sindrome è curabile e in alcuni casi anche prevenibile:

Prevenzione:

Durante il periodo Erasmus bisogna ricordarsi che c’è anche il momento del ritorno e che non è un momento troppo lontano…quindi prepararsi a vivere l’attimo ma allo stesso tempo a preparare il proprio ritorno tessendo una solida rete di alleanze sia nel paese conquistato che nel paese di origine. E poi certo, è imperativo tornare a casa con milioni di progetti: stage, viaggi, attività…

Cura: mettere in atto tutti i piani strategici elencati sotto contando sempre sulle alleanze.

In questi giorni sto attuando proprio la parte di cura bella, quella in cui si viaggia (ci sono medicine peggiori). E quindi ho deciso di fare proprio come facevo in Svezia. Durante l’Erasmus sapevo di “avere i giorni contati” quindi non perdevo la minima occasione per poter visitare i dintorni. E mi sono resa conto che , hei!, dopotutto questo lo posso fare anche in Italia. Anzi i treni costano meno e le distanze sono un tantino più corte (le 25 ore di pullman per raggiungere Kiruna sono ormai leggenda).

Quindi il week end scorso mi sono gentilmente fatta ospitare dalla sorellina a Torino e ne ho approfittato per girarmi la città. A Torino ho realizzato una cosa stranissima per quanto ovvia: l’orologio in Italia non si è fermato mentre ero in Svezia. Tutti: amici, famigliari hanno continuato ad avere la loro routine ma anche a vivere dei cambiamenti. E credetemi, anche se li sentite su Skype, ci credete quanto credete ad una serie tv particolarmente riuscita (con tanto di suspense). Poi quando scoprite dal vivo che la sorellina si è stabilita in una città nuova, con nuovi amici e nuove abitudini rimanete super colpiti e vi sentite pesare 6 mesi di più (insomma, invecchiate giusto la durata del vostro Erasmus).

Per la seconda parte della terapia bisognava andare a Bologna. E lì il retrogusto Erasmus c’era eccome. Ho scortato una ragazza Erasmus che faceva l’Erasmus in Italia! Ah, dimenticavo: altra cura è beccare altri Erasmus che ti possono raccontare delle loro scoperte e dei loro viaggi e che sono più che felici di poter ascoltare le tue peripezie. Interessante è la prospettiva di chi fa l’Erasmus proprio a casa tua! E poi dimenticavo quanto Bologna fosse affascinante. Ci sono passata tantissime volte a ogni volta me la ricordo in modo diverso. Questa volta ho visto il canaletto di via Piella e la piazza delle sette chiese. Poi ci è venuta voglia di andare a San Luca ma disastro…si può che i bus bolognesi siano così male indicati? Dovevamo prendere il 58 ma si trattava di un camioncino rosso che neanche per lontana idea avremmo potuto associare ad un comune bus! Alla fine questo ci ha lasciato più tempo per perderci nei vicoletti a nostro piacimento e per gustarci un gelato che mi ha quasi soffocato. E poi mi sono detta che era un’ottima scusa per tornare a Bologna e vedere anche la misteriosa abbazia della formiche…

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Cartolina dalla Bretagna…parte 2

Lo scorso articolo mi sono dimenticata di citare i luoghi. Rimedio subito.

Scorso articolo: le foto sono state scattate a Saint-Quay-Portrieux

In questo articolo: abbiamo fatto questo tragitto:

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nuvola     Fortunatamente ne siamo usciti sani e salvi…ma a quanto pare in Bretagne è molto comune passare da un tempo radioso allo schifo più totale nel giro di pochi secondi.

IMG_2616.JPG      La strada sembra sparire…dinardsables

Cartolina dalla Bretagna

Eccomi finalmente all’aria aperta. Dopo un mese e mezzo di grigiume parigino mi ritrovo in Bretagne! Si respira aria di vacanze e di salsedine.
Temperatura: 15° (pazzesco! Un’amica a Roma ha la stessa temperatura…solo che mi trovo molto più a Nord!)
Viaggio: Da Parigi, bastano 3 ore di TGV…e tanti soldi visto che la SNCF costa veramente tantissimo
Libri letti: Delphine de Vigan, “D’apres une histoire vraie”…catchy!

Ieri mi sono svegliata molto presto per i miei ritmi (le 7!!!) e mi sono diretta alla Gare Montparnasse sotto un cielo terso e un clima deprimente. Mi aspettavano 3 ore di assopimento e pseudo-lettura su un TGV.

Ogni tanto mi giravo dalla parte del finestrino per guardare la pianura monotona e villaggi grigi che si assomigliano un po’ tutti. È strano ma da quando sono tornata dalla Svezia ho realizzato che le case francesi non sono abbastanza colorate! Insomma, ci vuole poco a colorare una facciata…anzi bastano solo le tapparelle e va già meglio. E con questo chiudo una parentesi che riaprirò di sicuro in futuro.

Arrivo nella ridente località di St Brieuc (la “c” finale non si pronuncia…la lingua francese è piena di misteri e di eccezioni) e c’è un sole pazzesco. Di solito la Bretagne è reputata per il clima quasi scozzese. Due sono le specialità bretoni più importanti: la pioggia e i biscotti al burro (o il burro ai biscotti)…anzi le scatole di biscotti. Tutti i francesi che sono stati almeno una volta in Bretagne conservano gelosamente una scatola di biscotti di latta. A volte clima e biscotti sono strettamente correlati.DSC07029.JPG

 

Dopo un buon pranzetto a base d’anatra (che non sono in grado di tagliare). Si prende la macchina e si percorre la costa miracolosamente assolata. Per l’intero pomeriggio mi sono dimenticata che siamo ancora a Febbraio. Mi ha fatto un bene immenso rivedere il sole e girare senza giacca. Dopo tutti questi mesi in Svezia un clima mite dove l’uomo è in grado di sopravvivere senza maglia termica e passamontagna mi mancava.img_2527img_2543img_2532img_2544

E poi c’è dsc06977una cosa che non smette mai di stupirmi: il fenomeno delle maree. Noi mediterranei non siamo abituati a vedere un posto senza mare, delle barche chinate sulla sabbia, incapaci di galleggiare. Bellissimo. Poi ti viene voglia di camminare in quella specie di deserto umido dove un tempo (il mattino) ci fu il mare. Quindi ti incammini con gli stessi scarponi che ti accompagnarono a camminare sui laghi ghiacciati e sulla neve della Lapponia svedese. Solo che stavolta quest’iniziativa si rivela una vera stupidata. Dopo pochi passi in cui ti dici: “non male camminare sulla sabbia umida”, ti ritrovi impantanato e inizi ad affondare. I piedi sono incollati in queste sabbie mobili e ti lanci in acrobazie folli per riuscire a raggiungere le scale che riportano sul molo.img_2546

Ma è comunque da fare. Forse senza scarpe è meglio.

Abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio a passeggiare lungo la costa, a guardare i bambini pescare granchi e a giocare all’impiccato sulla sabbia.

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No, non sto cercando un tesoro. Gioco all’impiccato 😛

Se devo essere sincera (lo so che qualcuno ci rimarrà male ma è da dire): l’oceano stravince sul mar Mediterraneo.

C’era un faro che mi ricordava una bellissima scena di “Moonrise Kingdom”.

Ho anche scalato qualche roccia e mi è venuto in mente lui:

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Adesso non posso né scendere e né salire!

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Maison et Objet: tra passeggiatine solitarie e caffè a scrocco

Cari lettori,

non avete idea di quanto il mio senso di colpa sia grande in questi giorni. Ho completamente tralasciato il mio blog. L’ultima volta che l’ho aggiornato mi trovavo nella gelida campagna francese a visitare castelli e ad ammirare capre. Molte cose sono successe nel frattempo. Ora mi trovo a Parigi e ho intenzione di restarci ancora un mesetto (bella eh la sessione invernale?!).

Che cosa ho fatto ultimamente? A parte aver speso un patrimonio nei bar parigini (che per la cronaca servono birre e caffè nettamente più costosi che in Svezia) ho cercato di rimediare cercando lavoretti super temporanei. Ho trovato un posto come hostess in una conosciutissima fiera di design d’interno chiamata “Maison et Objet” (Casa e Oggetto…fidati sono un linguista).

Il bello di questi lavoretti è che 1. puoi accedere a fiere che sarebbero altrimenti costosissime 2. vedi tutto quello che la gente normale che passeggia alla fiera non vede (tipo la preparazione e lo smontaggio degli stand) e 3. bevi caffè gratis (invece di sorseggiare i costosissimi caffè parigini… che poi si tratta sempre di brodaglia).

La mattina arrivavo prestissimo. Non vi dico la svegliataccia perché per raggiungere la fiera (a Villepinte) ci voleva circa un’ora di viaggio. All’arrivo avevo il salone tutto per me. Non poteva entrare nessuno tranne i dipendenti, quindi passeggiavo per il salone quasi deserto ammirando con calma e silenzio gli oggetti di design esposti (e parliamo di oggetti particolarissimi, stile lampade a forma di molecola e poltrone di cartone). Durante la passeggiata mattutina capitava di incontrare un dipendente con un carrello pieno di caffè fumante che distribuiva a destra e a sinistra. Eccezionale. Si, mi accontento di poco.

Poi iniziava la vera giornata lavorativa, e vai a ripetere le stesse cose tutta la giornata ai clienti. Stancante ma bello. Risulta che, come effetti secondari, ci si metta a proporre cataloghi nel sonno.

Da questa esperienza ho capito una cosa: poco importa quanto geniale sia il pezzo di design che esponi, la maggior parte della gente si fermerà a guardare solo il tuo prodotto più conosciuto (spesso non altrettanto geniale) solo perché va di moda.

Infine, l’ultimo giorno è la vera anarchia. A partire dalle 17.30 (anche se la fiera ufficialmente chiude alle 18) tantissimi clienti arrivano per ritirare tutti i prodotti esposti e partono le litigate per chi prende cosa. Poi alle 18 in punto da anarchia si passa al delirio. Le porte si aprono e arrivano folate di aria gelida, i visitatori spariscono quasi per magia, lo stand viene smontato in fretta e furia e la moquette viene tirata via lasciando il pavimento appiccicoso (un vero piacere per i piedi che già da giorni chiedono pietà).

Ecco qualche foto mossa che ho fatto con il cellulare (da vera reporter quale sono):